La recensione di "Pantafa", di Emanuele Scaringi nelle sale dal 30 Marzo

Recensione a cura di Mario Turco

L’Italia potrebbe vivere di soli folk-horror. Più che il disegno (in verità uno scarabocchio senza timing e definizioni ma i media, bontà loro, ne discutono come se avesse la precisione della seconda parte della Costituzione) politico della bozza Calderoli sulla cosiddetta autonomia differenziata basterebbe cercare di approntarne una che renda nota delle tantissime fiabe e leggende nere che da millenni dividono ed uniscono il Belpaese. Paure ed ansie ancestrali infatti trovano libero sfogo in una codificata tradizione di racconti popolari, ognuno con una propria decisa coloritura a seconda del territorio e del periodo storico in cui si sviluppa, capace di tracciare una radiografia precisa del cuore nero del nostro Stato. 


Se la ripresa del genere al cinema ha portato ad esiti alterni – “A classic horror story”, di Paolo Strippoli e Roberto Di Feo era viziato da un’ambizione fuori luogo – ecco che adesso, dopo la presentazione al Torino Film Festival dove era l’unico film italiano in concorso nella sezione “Crazies”, dal 30 marzo Fandango distribuisce nei cinema Pantafa, di Emanuele Scaringi. Il giovane regista de “La profezia dell’Armadillo” in questo suo secondo lungometraggio cerca di recuperare una precisa credenza popolare che racconta della violenta “pantafica” – accorciato per evitare problemi distributivi e dileggiamenti meme - una creatura, una donna anziana più precisamente, che si siede sul petto delle sue vittime per rubare loro il respiro. Un demone del sonno particolarmente violento ed invasivo che infesta le terre di Marche ed Abruzzo, in particolar modo il piccolo ed ostile paese di Malanotte nel quale Marta (Kasia Smutniak) e sua figlia Nina (Greta Santi) si sono rifugiate dopo non meglio precisate difficoltà metropolitane. Nel ridotto nucleo familiare è in particolare la bambina ad avvertire la presenza della vecchia diabolica: i sintomi di Nina cominciano a peggiorare già dalla prima notte e la bambina fa incubi sempre più vividi in cui una mano rugosa vuole soffocarla e rubarle il respiro.


Nonostante alcune buone intuizioni iniziali – i posti di montagna sperduti in cui si acuisce il senso di smarrimento, l’ambientazione sgarrupata di una casa vecchia e rumorosa che basterebbe da sola ad inquietare, l’ostilità dei concittadini come se fossimo all’interno di una comunità chiusa ed impermeabile alla Wicker Man - “Pantafa” è però un folk-horror che guarda tanto alle leggende popolari italiane quanto alle moderne ghost story americane. Il suo difetto principale consiste allora nell’adottare uno sguardo ed un’estetica che non appartengono se non in minima parte al nostro immaginario provando fin troppo a strizzare l’occhio al mercato internazionale. La pantafa sembra una qualunque ragazza indemoniata: il modello è naturalmente la Sayako di “The ring” ma anche tutti i cloni che da quel momento in poi hanno infestato i prodotti più pigri del genere. Ci sono anche i glitch – in Abruzzo? - attraverso cui la pantafa rompe la dimensione spaziotemporale per diventare presenza materica e tangibile all’interno di questo mondo ed un rituale da rispettare affinché la si possa sconfiggere una volta per tutte. Come se Scaringi avesse paura di affondare le mani nel trash, la sua regia si limita ad un compitino appena sufficiente dal punto di vista dell’horror (assenza di sangue ed appena qualche jump-scare) ma è dal punto di vista della scrittura che il film pecca maggiormente, fatto ancora più imperdonabile se si pensa ad un prodotto nato sicuramente non per esigenze alimentari ma per sincera voglia affabulatoria. Di Nina ed Anna non è dato sapere il background che tra tutti i posti possibili li ha portati proprio ad installarsi in un paesino di montagna dove evidentemente non avevano radici, così come non si capisce del perché tutti gli abitanti del paesino, di solito ben più accoglienti rispetto alla solitudine delle grandi città, si pongano in così aperto contrasto con le due nuove arrivate. Sarà la cattiva influenza della pantafica? Gli insonni sono d’altronde la tipologia di persone più bistrattata dalla società.

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