La recensione del film "Il filo del ricatto - Dead Man's Wire", di Gus Van Sant in uscita nelle sale dal 19 febbraio grazie a Bim Distribuzione
Recensione a cura di Mario Turco
C'è una scena bellissima in Il filo del ricatto - Dead Man's Wire, che illustra meglio di tanti saggi socio-economici come la distanza tra l'1 per cento della popolazione e l'altro 99 per cento, per citare la divisione socioeconomica più in voga negli ultimi decenni, sia costitutivamente incolmabile. Quando M.L. Hall fa la telefonata di rito al figlio rinchiuso nell'appartamento del suo sequestratore per rassicurarlo si scontra, quasi inevitabilmente, con il suo aguzzino spiegandogli chiaramente il motivo del rifiuto della contrizione pubblica. Chiedere scusa equivarrebbe infatti ad ammettere legalmente di aver compiuto un torto commerciale, in una maniera così plateale che perfino il sistema creditizio basato su interessi usurai ne risentirebbe. Non è una questione di orgoglio personale o sentimentale ma una semplice legge di mercato: il capitale non sa che farsene del suono della giustizia che Tony più tardi dice -con putroppo enfasi illusoria - di aver finalmente sentito, esso è talmente orientato al profitto da prevedere anche la perdita "di uno dei miei figli" pur di continuare a divorare chiunque, soprattutto i suoi adepti. In questo dialogo giocato su scambi verbali di sarcastico contrasto Van Sant ha l’intuizione di cogliere e rilanciare le venature da commedia nera in una vicenda che è paradossale sin dalle sue insorgenze. Che sia proprio il traffichino Anthony G. Kiritsis - c'è bisogno di sottolineare l'evidente origine non anglofona dell'ennesimo figlio di immigrati? -, che non ha i tempo di costruirsi una famiglia perché "i miei figli sono i miei business", a lagnarsi della manovra vessatoria compiuta ai suoi danni dalla rapace società di investimenti è, in questo senso, il cortocircuito di un sistema di scambio che da tempo non prevede pari ma solo rapporti di forza tra ineguali. Tutta le tensione emotiva del protagonista, furioso nel suo sentirsi deprivato del successo che in quanto statunitense pensa gli spetti di diritto, è filmata dal regista con un’ammaliante ambiguità, oscillante tra la simpatia umana verso un individuo che non sa dare nome alla sua crisi personale e sociale e le discrasie dello stesso sistema di cui fa parte (il dj Fred Temple che si fa usare come testa d’ariete dalle forze di polizia nella trattativa invece di essere davvero “la voce di Indianapolis” che dice di essere). Il filo del ricatto - Dead Man's Wire, pur nella sua poca originalità, riesce ad essere un ottimo specchio audiovisivo dei nostri tempi e merita di diventare da subito un piccolo classico di genere.




















