La recensione del film "Il filo del ricatto - Dead Man's Wire", di Gus Van Sant in uscita nelle sale dal 19 febbraio grazie a Bim Distribuzione

Recensione a cura di Mario Turco

Presentato in anteprima Fuori Concorso all'82ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia a settembre, "Il filo del ricatto - Dead Man's Wire", di Gus Van Sant è in uscita nelle sale dal 19 febbraio grazie a Bim Distribuzione. L'ultima fatica di uno dei registi più illuminati e lucidi anche quando si mette al soldo delle produzioni più commerciali fa parte, per fortuna, del novero delle sue opere più ispirate perché, pur avendo preso in mano le redini di un progetto non pensato per lui, è potuto tornare con libertà creativa intorno a due dei temi più sentiti: gli outcastes e le contraddizioni della società capitalistica. Basato su un'incredibile storia vera, Il filo del ricatto - Dead Man's Wire (complimenti a quello che è già il titolo più pigro dell'anno dei nostri distributori) è ambientato nel Midwest degli Stati Uniti, più precisamente Indianapolis, nel 1977. La mattina dell'8 febbraio il quarantaquattrenne Tony Kiritsis (uno Bill Skarsgård tutto tensione, moine e solito incredibile lavoro sulla voce) entra nell'ufficio del presidente della Meridian Mortgage Company per rapirlo: l'uomo è infatti convinto che il presidente della società dei mutui abbia tramato contro i suoi tentativi di vendere l’unica proprietà che ha, un terreno di 7 ettari, per poterla poi ricomprare ad una cifra più bassa. Ma il magnate (un Al Pacino mefistofelico che recita nelle poche scene da seduto) è in (immeritata) vacanza, così Tony prende in ostaggio il figlio Richard O. Hall (Dacre Montgomery), legandogli al collo un cavo teso collegato al grilletto di un fucile a canne mozze calibro 12 (il "dead man's wire" del titolo) e portandolo nel suo appartamento imbottito di esplosivo. Qui tiene il giovane rampollo per un paio di giorni segregato in casa arrivando infine a ottenere una surreale conferenza stampa in diretta nazionale per chiedere cinque milioni di dollari come risarcimento per essere stato ingannato dall'agenzia e le scuse personali da parte del padre imprenditore. Ma per Tony il pezzo di sogno americano che pretende per sé sarà indigesto: gli Stati Uniti venerano gli eroi del popolo soltanto il tempo di una trasmissione radio... 


C'è una scena bellissima in Il filo del ricatto - Dead Man's Wire, che illustra meglio di tanti saggi socio-economici come la distanza tra l'1 per cento della popolazione e l'altro 99 per cento, per citare la divisione socioeconomica più in voga negli ultimi decenni, sia costitutivamente incolmabile. Quando M.L. Hall fa la telefonata di rito al figlio rinchiuso nell'appartamento del suo sequestratore per rassicurarlo si scontra, quasi inevitabilmente, con il suo aguzzino spiegandogli chiaramente il motivo del rifiuto della contrizione pubblica. Chiedere scusa equivarrebbe infatti ad ammettere legalmente di aver compiuto un torto commerciale, in una maniera così plateale che perfino il sistema creditizio basato su interessi usurai ne risentirebbe. Non è una questione di orgoglio personale o sentimentale ma una semplice legge di mercato: il capitale non sa che farsene del suono della giustizia che Tony più tardi dice -con putroppo enfasi illusoria - di aver finalmente sentito, esso è talmente orientato al profitto da prevedere anche la perdita "di uno dei miei figli" pur di continuare a divorare chiunque, soprattutto i suoi adepti. In questo dialogo giocato su scambi verbali di sarcastico contrasto Van Sant ha l’intuizione di cogliere e rilanciare le venature da commedia nera in una vicenda che è paradossale sin dalle sue insorgenze. Che sia proprio il traffichino Anthony G. Kiritsis - c'è bisogno di sottolineare l'evidente origine non anglofona dell'ennesimo figlio di immigrati? -, che non ha i tempo di costruirsi una famiglia perché "i miei figli sono i miei business", a lagnarsi della manovra vessatoria compiuta ai suoi danni dalla rapace società di investimenti è, in questo senso, il cortocircuito di un sistema di scambio che da tempo non prevede pari ma solo rapporti di forza tra ineguali. Tutta le tensione emotiva del protagonista, furioso nel suo sentirsi deprivato del successo che in quanto statunitense pensa gli spetti di diritto, è filmata dal regista con un’ammaliante ambiguità, oscillante tra la simpatia umana verso un individuo che non sa dare nome alla sua crisi personale e sociale e le discrasie dello stesso sistema di cui fa parte (il dj Fred Temple che si fa usare come testa d’ariete dalle forze di polizia nella trattativa invece di essere davvero “la voce di Indianapolis” che dice di essere). Il filo del ricatto - Dead Man's Wire, pur nella sua poca originalità, riesce ad essere un ottimo specchio audiovisivo dei nostri tempi e merita di diventare da subito un piccolo classico di genere.

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