La recensione di "La rigenerazione", di Italo Svevo che per la regia di Valerio Santoro è in scena al Teatro Quirino di Roma fino al 15 febbraio

Recensione a cura di Mario Turco

È davvero inspiegabile come, in una nazione vecchia come l’Italia, antropologia, sociologia e discorsi culturali generali non vertano in maniera preponderante sui modi di intendere la vita quando si va incontro alla decadenza cognitiva e fisica. Sono ancora troppo pochi, in questo senso, i classici del nostro canone che eleggiamo o soltanto interroghiamo quando abbiamo bisogno di riflettere sull’inevitabilità di questa condizione presente in qualunque essere umano, animale e vegetale. Siamo condannati ad essere giovani non tanto fisicamente – quante occasioni sprechiamo di sperimentare attività per la perenne sottovalutazione del nostro corpo e la sovrastima dei nostri acciacchi! – quanto piuttosto mentalmente: la vecchiaia va rappresentata o il meno possibile o nelle forme più innocue. Ecco che “La rigenerazione”, di Italo Svevo che per la regia di Valerio Santoro è in scena al Teatro Quirino di Roma fino al 15 febbraio, sceglie in maniera coraggiosa di saltare il fosso di questa visione, ponendosi come pietra d’inciampo nelle case di chi osa sopravvivere alle mistificazioni sulla terza età. 


Ultimo dei grandi lavori teatrali del celebre scrittore triestino – che scrisse un totale di ben tredici opere per i palcoscenici nel corso della sua vita, sebbene in vita abbia pubblicato solo un monologo -, La rigenerazione affronta infatti senza sconti e con la durezza intellettuale tipica dell’autore la crisi del suo protagonista, forse l’alter-ego più sincero di uno Svevo che problematizzava la sua ingarbugliata psiche in moltissimi dei suoi personaggi. Giovani Chierici (uno straordinario Nello Mascia, capace di amplificare la comicità dell’uomo restando sempre pesante e pensante) è un uomo di 76 anni che sta scegliendo di sottoporsi, dietro insistenza dell’ambiguo nipote Guido (Mauro Perrinello), a una misteriosa operazione – molto letteraria la scelta di non esplicitarne mai la natura – che gli consentirebbe di ringiovanire del 20 per cento. Alla vigilia di questo cambiamento da lui avvertito come inevitabile per il recupero di una sanità mentale sempre più sfuggente, la situazione nella sua ricca casa di famiglia è talmente complessa da non aiutare le sue rimuginazioni: la figlia Emma (Roberta Caronia) vive con eccessivo peso melodrammatico il lutto della sua recente vedovanza; la moglie Anna (Matilde Piana) è invece presa dall’eccessiva leggerezza della sua condizione di vegliarda matrona amando cani, gatti e uccellini ma non accorgendosi della distanza affettiva col marito; la domestica Rita (Alice Fazzi, la sorpresa più lieta di un ottimo cast d’attori e davvero encomiabile in un personaggio che altre interpreti avrebbero reso stucchevole), pur promessa sposa dello chauffeur Fortunato (Nicolò Prestigiacomo), è infine il cuore erotico di un quadrilatero che oscilla tra attempati rimpianti e giovanilistici furori. Decisosi a sperimentare il ringiovanimento, Giovanni Chierici ne approfitta per dare un colpo di scure alla senile moralità e fare i conti con un passato che l’ha visto per tutti i suoi molti anni di vita cedere a compromessi amorosi e borghesi… 


La rigenerazione è un testo che mostra pregi e limiti della temperie culturale da cui è nato. Se da un lato infatti il regista è abile nell’assecondare lo svelamento delle ipocrisie borghesi compiuto da Italo Svevo con mirabile raziocinio – tornare giovani come scusa per perdere la bussola dell’etica e potersi permettere di lucrare sugli errori di cuore -, dall’altro si accuccia con troppo riverenza nella staticità di un dramma irrisolto. La trasposizione di Santoro, infatti, fa del suo teatro di parola l’asfissiante cifra stilistica di un lavoro che avrebbe giovato di qualche chiacchiera in meno e qualche deriva onirica in più. Limitando le sortite nel mondo dei sogni a tre momenti, il regista casertano infatti s’affida con compiacenza mal riposta alle maglie di una critica sociale a volte spuntata – le situazioni da commedia popolare tra servetta e padrone, i turbamenti intellettuali di un capofamiglia sottilmente vessatorio e patriarcale, la grande casa borghese crocevia immobile di tutte le vicende – altre volte più ficcante – i discorsi sulla necessità della giovinezza e le abiure sociali della vecchiaia -, ma sempre e comunque troppo verbose, piene di un eloquio asciutto e razionale che blocca sul nascere quasi tutte i tentativi di fuga immaginifici. Solo il finale, quando le fin lì austere scene di Luigi Ferrigno vengono issate in alto, svela il velo di Maya di un cervello che aveva bisogno di un’operazione di ringiovanimento per capire quanta falsa e piena di rinunce fosse stata la sua vera giovinezza. Peccato che questa gran bella epifania visiva arrivi soltanto dopo due atti di due ore e mezza che, spiace dirlo per uno Svevo forse mai così brillante, avrebbe avuto bisogno di qualche taglio, come ad esempio le anguste e stiracchiate gag sullo spasimante Biggioni.

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