La recensione di "Mein Kampf", di e con Stefano Massini in scena al Teatro Argentina di Roma fino al 1 Marzo
Recensione a cura di Mario Turco
Mein Kampf vuole allora che siano le nude parole del futuro dittatore tedesco a scuotere lo spettatore per fargli capire fino a che punto "siamo ancora vulnerabili" ai messaggi d'odio, di rabbia e frustrazione contenuti in un manifesto che è più esistenziale che politico. Avvalendosi di un ottimo lavoro di ricerca che lo ha visto integrare il testo di partenza con i suoi discorsi, i comizi e il vasto materiale raccolto nelle “Conversazioni con Hitler a tavola” dal 41 al 44 da due fidatissimi funzionari del partito, Massini del libro scritto dal Führer nella cella del carcere di Landsberg nel 1924 interpreta infatti i passaggi più autobiografici esponendo in maniera partecipata i focosi entusiasmi, le altrettanto rapide disillusioni (il rapporto d'amore/odio con la borghesia) e successivamente gli aperti rancori contro i colpevoli della crisi della Germania. Lo stile sovreccitato di Mein Kampf è moltiplicato dalla performance dell'attore che febbrilmente si aggira sull'unico elemento di scenografia: una tavola leggermente obliqua che simboleggia una pagina bianca in cui si affastellano i suoi esordi da pittore a Vienna, le ferite riportate nel campo di battaglia di Pasewalk e il comizio rivelatore a Hofbräuhaus. Assecondando, soprattutto nella prima parte, una scrittura che sembra una costola teutonica e ombelicale del Louis-Ferdinand Céline di “Bagattelle per un massacro” - quando Massini/Hitler passa in una singola frase dal "che cosa" ha causato la decadenza tedesca al "chi", l'orrore presago della Shoah diventa insostenibile -, Mein Kampf non edulcora nulla del fascino perverso di queste invettive sociali e personali, dando perfino consistenza letteraria ai sogni di gloria dell'allora irrisolto cittadino austriaco ("Non voglio diventare un impiegato" diviene un leitmotiv e un’anafora che ritorna più volte). Come se fosse un abile ma furbastro epigono nietzscheano ("che cos'è che ci tiene tutti a testa bassa nella polvere?", “perché abbiamo dimenticato di essere Dio”?) che coglie con acutezza i segni della rovina inarrestabile, il diciannovenne Adolf infatti inizialmente sembra ancora potersi salvare dalla propria e mondiale catastrofe ideologica.
La luminosa cifra dell'operazione di Massini sta quindi nel mostrare come sia soprattutto la sincera esposizione di questo impianto ideologico/politico il freno principale alla sua accettazione empatica: questi sputi velenosi e biliosi svelano presto, infatti, le paranoiche ossessioni dell'uomo che temendo così tanto di fallire e gemendo per le sue incapacità caratteriali (quel "ragazzo" con cui lo apostrofa un suo superiore militare che lo tormenta a distanza di anni) trova false soluzioni filosofiche a reali problemi. La fraintesa teoria dei super uomini, il ripudio dell'uguaglianza, la violenta intemerata contro la democrazia sono infatti palliativi concettuali a un dolore dell’anima che si esaurirà soltanto quando egli, a fine libro e fine spettacolo, diventerà la guida delle masse tanto disprezzate. Nella seconda parte di Mein Kampf, allora, le minacce – molto belle le tensive musiche di Andrea Baggio – diventano brutali realtà: il dolore di una nazione arresasi dopo la prima guerra mondiale diventerà riscatto, i libri di tutti gli scrittori non tedeschi cadranno dall’alto schiantandosi a terra e, altra scena di straordinario impatto, Adolf Hitler ballerà tenendo in mano scarpe che richiamano in maniera tragica quelle di tutte le vittime dell’Olocausto. Ecco che il livore e l’odio di un singolo uomo – “La mia rabbia in un libro, il mio nemico in un libro” – diventeranno quelle di un popolo che dopo aver perduto gli anticorpi democratici si lancerà in maniera folle in una guerra mondiale contro chiunque non si allinei alla sua dannata volontà di potenza. E oggi, dopo aver ascoltato quelle parole, “siamo ancora vulnerabili”?





















