La recensione di "Poveri cristi", di Ascanio Celestini in scena al Teatro Vascello di Roma fino al 22 Febbraio
Recensione a cura di Mario Turco
Con "Poveri cristi", in scena al Teatro Vascello di Roma fino al 22 febbraio, Celestini conferma questa vocazione di cantastorie per palcoscenico a cui basta una scenografia disadorna con una porta al centro, due lampade ad illuminarla e una scarpa solitaria (che nel finale svelerà il suo scopo con una delle più stordenti epifanie del teatro civile degli ultimi anni) per arrivare al cuore della parte più problematica delle decine di suburre capitoline. Produzione Fabbrica e Teatro Carcano, lo spettacolo tira le somme della trilogia formata da Laika, Pueblo e Rumba con una sorta di compendio delle storie più riuscite dal punto di vista drammatico. Conviene infatti scriverlo subito: per chi ha assistito già a quelle rappresentazioni, Poveri cristi ha poco o nulla da offrire di nuovo, a meno di una battuta sul genocidio di Israele e qualche riferimento ironico alla situazione familiare dell'autore che lo obbligherebbe a fare tour nolentemente. Celestini parla quindi ancora una volta di prostitute e barboni, di vecchie con la demenza e migranti che aspirano a essere italiani mangiaspaghetti, di seppellitori di uomini e uomini invece che una sepoltura non ce l'hanno perché inghiottiti dal Mediterraneo (che l'attore romano ricorda non essere un cimitero: nel mare nostrum non ci sono bare ma centomila corpi senza nome). È questo, infatti, l'indefesso orizzonte etico - che non avrà morale, come spiega egli stesso, ma un forte senso etico sì, - dell'autore che anche quando all'inizio spiega la genesi di questo testo ne approfitta per ricordare una storia vicino/lontana di precarietà di vent'anni fa. Ecco allora che quando anche politici di sinistra chiamavano flessibilità la furiosa deregolamentazione dello statuto dei lavoratori o cancellavano l'articolo 18 accadevano storie kafkiane come quella raccontata del call-center che pagava 75 centesimi ogni chiamata d'assistenza che raggiungesse almeno i due minuti e 40 secondi di durata. Non è solo il capitale, come avviene ad ogni latitudine, a schiacciare i propri cittadini proponendo loro retribuzioni di 550 euro - quando un seminterrato a Morena, anche se recentemente strutturato, costa 600 euro come ricorda lo stesso Celestini in un amaro passaggio - ma anche gli altri componenti di una collettività che isola e affossa il disagio dei pochi. L'unica speranza nasce allora proprio da una delle figure più pasoliniane di Poveri Cristi, ovvero la gagliarda e intelligente lavoratrice del sesso che, pur puzzando di copertone bruciato, sa regalare ai suoi clienti una giornata gratis, come i musei. Per Joseph, invece, straordinario migrante che sopravvive agli orrori che conosciamo e fingiamo di non sapere, spesso sbagliando direzione dei suoi caotici racconti di vita ma con un candore altrettanto “periferico”, ad essere spezzati sono i sogni di integrazione basati sulla comune passione per il cibo con chi avrebbe dovuto accoglierlo. Sono persone come lui che al momento rappresentano l’Italia migliore e, per citare il momento più emozionante di Poveri cristi, “è questa la storia che volevo raccontare” e di cui abbiamo sempre e comunque bisogno.




















