La recensione di "Riccardo III", di William Shakespeare che per la regia di Andrea Chiodi è in scena al Teatro Argentina di Roma fino al 15 marzo
Recensione a cura di Mario Turco
In "Riccardo III", di William Shakespeare che per la regia di Andrea Chiodi è in scena al Teatro Argentina di Roma fino al 15 marzo, è la grandissima Maria Paiato ad indossare la maschera del Male, come si definisce egli stesso nel dramma stesso, politico più puro. E l'attrice veneta in questa ricca produzione Teatro Nazionale di Genova, CTB Centro Teatrale Bresciano Teatro Biondo di Palermo, Teatro di Roma – Teatro Nazionale evita di portare ostentatamente un'oncia di tutte quelle caratteristiche associate al femminile, come orgogliosamente rivendicato in un'intervista a un quotidiano nazionale, lasciando piuttosto che le tare più negative del personaggio passino dal suo corpo biologico di donna per restituire al pubblico ciò che resta di questo attraversamento fisico e spirituale. La riduzione e l'adattamento operato da Angela Demattè, difatti, ci consegnano senza quasi nessuna elisione il re Riccardo nel suo splendore machiavellico: egli è l'usurpatore, l'ingannatore e l'assassino che conosciamo grazie a una scrittura che mantiene gran parte delle ardite e spesso, per un pubblico come il nostro geograficamente e temporalmente lontano dal conflitto tra York e Lancaster del play originale, incomprensibili manovre politiche. Maria Paiato non abbassa però gravosamente la voce quando deve esprimere crudeltà, né zoppica eccessivamente o rimane piegata per tutta la durata del lungo dramma di oltre due ore e trenta minuti sulla gobba del duca di Gloucester (come capita di vedere troppo spesso in altre trasposizioni di questo capolavoro): la deformità delle sue azioni è prima di tutto morale che fisica e, come nel vecchio teatro di parola dei secoli addietro, può essere colta a pieno solo seguendo il flusso verbale della scena.
La regia di Chiodi, in questo senso, avviluppa il palco nella scenografia, firmata da Guido Buganza, astratta e quasi metafisica, contrassegnata soltanto da un tavolo (senza sfondo, gran coraggio in un teatro contemporaneo che invece segue spesso la strada di coprire le quinte di teli e schermi) su cui si delineano i destini di due casate e di un Paese intero. L'uso del colore è altrettanto incisivo: se tutti i Plantageneti indossano vestiti di un viola simbolo del Potere ma anche della malvagità, Riccardo è l'unico ad avere una mantella di un verde stinto che è sia il colore dell'invidia ma anche della speranza più cinica perché mossa da un desiderio che non vuole avere limiti. Su questo punto, il Riccardo III di Chiodi e Demattè si concede un prologo psicologico atto a suggerire una possibile correlazione familiare della laida malvagità del protagonista, forse un tantino troppo simbolico ma molto ben inserito nel dramma dato che sarà ripreso nel finale: il giovane deforme che gioca col carillon cercando già l'ascesa al trono viene redarguito con violenza verbale dalla madre che gli ricorda che lui non sarà mai re. Come a vendicarsi di quella castrazione, impossibile già nella dimensione onirica dell'infanzia, il duca di Gloucester farà in modo che amici e rivali tolgano la sedia dal tavolo del Potere - molto bella questa immagine arcaica che Chiodi ci riconsegna - ogni volta che diventeranno pedine vittime della rivalsa di un uomo che anche nell’età adulta è rimasto un bambino frustrato. Riccardo III è un urlo di rabbia cieca che, come l’unico pezzo punk che si sente dopo la tanto anelata incoronazione, sceglie di distruggere la torre di ingiustizia che avviluppa la vita di chiunque. La guerra personale come reazione al dispotismo degli altri: ricorda qualcuno?



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