Recensione: Gli occhi di Gaza, di Plestia Alaqad

Titolo
: Gli occhi di Gaza
Autore: Plestia Alaqad
Editore: Sonda
Pagine: 224
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo copertina: 18,00 €

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Recensione a cura di Luigi Pizzi

Leggere Gli occhi di Gaza non è come leggere un reportage di guerra. È più simile a sedersi accanto a qualcuno che, con la voce ancora tremante, prova a raccontare ciò che ha visto mentre il mondo intorno crollava. Il diario di Plestia Alaqad non chiede semplicemente attenzione: chiede presenza. Non offre distanza, ma coinvolgimento. E pagina dopo pagina, quella distanza che normalmente ci protegge dalle notizie si dissolve. Alaqad aveva ventuno anni quando tutto è cambiato. Una laurea appena conseguita, progetti ancora indefiniti, una vita quotidiana fatta di caffè con gli amici, conversazioni familiari, piccoli rituali domestici. Poi, improvvisamente, la normalità si spezza. Il diario segue i 45 giorni successivi al 7 ottobre, ma non li racconta come una cronaca lineare. Sono frammenti di vita, pensieri scritti tra un bombardamento e l’altro, osservazioni quotidiane che diventano testimonianza storica. È proprio questa immediatezza a rendere il libro così potente: non è memoria costruita a posteriori, ma esperienza vissuta mentre accade.


Uno degli aspetti più sconvolgenti del testo è la normalizzazione dell’emergenza. La descrizione del “protocollo” familiare — preparare le borse, spostare i materassi, lasciare le finestre socchiuse per attutire le esplosioni — è raccontata con una calma quasi disarmante. Non c’è retorica, solo l’accettazione di una realtà che per molti è impensabile. Questa apparente indifferenza non è freddezza, ma un meccanismo di sopravvivenza. È la capacità umana di adattarsi all’inadattabile. Il libro colpisce anche per il modo in cui intreccia la dimensione personale con quella collettiva. Gaza non è soltanto lo sfondo della storia: diventa un’entità viva, un luogo che coincide con l’identità stessa dell’autrice. Quando le strade, le case e i punti di riferimento vengono distrutti, non si perde soltanto uno spazio fisico, ma una parte di sé. La nostalgia che emerge nelle pagine finali, quando Alaqad lascia Gaza, non riguarda solo ciò che è stato, ma ciò che non potrà più essere.  Un altro elemento centrale è il conflitto interiore tra il ruolo di giornalista e quello di sopravvissuta. Alaqad racconta, filma, documenta, ma allo stesso tempo vive la stessa paura e lo stesso dolore delle persone che osserva. Questa doppia posizione crea una tensione costante. Non c’è mai distanza professionale: la narrazione è immersa, coinvolta, vulnerabile. Ed è proprio questa vulnerabilità a rendere la sua voce autentica. 

Il diario non è solo disperazione. Tra le macerie emergono gesti minimi di solidarietà: qualcuno che offre un passaggio, famiglie che condividono il poco cibo rimasto, momenti di ironia che affiorano anche nelle circostanze più drammatiche. Questi dettagli, apparentemente piccoli, impediscono al racconto di scivolare nell’astrazione. Ricordano che, anche nel collasso, la dimensione umana persiste.  Dal punto di vista letterario, lo stile è semplice, diretto, quasi privo di artifici. Non c’è ricerca estetica, ma urgenza. Le frasi sono spesso brevi, immediate, come annotate di fretta. Questa essenzialità diventa la forza del libro: non c’è spazio per l’elaborazione, solo per la testimonianza. Il lettore si trova così immerso in una temporalità sospesa, dove ogni giorno è allo stesso tempo interminabile e fragile. La parte finale, in cui l’autrice lascia Gaza, introduce una nuova forma di dolore: il senso di colpa del sopravvissuto. La normalità ritrovata — una doccia, una tazza di tè, il silenzio — diventa straniante. Il corpo è altrove, ma la mente rimane tra le macerie. È una delle sezioni più toccanti, perché mostra come la guerra non finisca con la fuga, ma continui dentro chi l’ha vissuta. Gli occhi di Gaza è dunque molto più di un diario di guerra. È una riflessione sulla memoria, sull’identità e sul valore del raccontare. In un’epoca in cui le immagini scorrono velocemente e rischiano di anestetizzare, il libro costringe a rallentare. A fermarsi. A sentire. Non è una lettura facile, ma forse non deve esserlo. Alcuni libri non servono a intrattenere, ma a ricordare. Questo è uno di quelli. Alla fine resta una sensazione duplice: dolore profondo per ciò che viene raccontato, e una forma di speranza ostinata, incarnata nella voce di una giovane donna che ha scelto di scrivere mentre tutto intorno veniva cancellato. Scrivere, per non scomparire. Scrivere, perché qualcuno, un giorno, possa capire.

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