Recensione: Afterglow. Quando il cielo si spegne, di Trisha Wear

Titolo
: Afterglow. Quando il cielo si spegne
Autore: Trisha Wear
Editore: Sperling & Kupfer
Pagine: 448
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo copertina: 14,00 €

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Recensione a cura di Luigi Pizzi

Afterglow. Quando il cielo si spegne di Trisha Wear è un romance contemporaneo che intreccia sentimento, suspense e rinascita personale, costruendo la storia intorno a due personaggi che arrivano all’incontro già pieni di crepe. Elowyn e Amael non appartengono al genere di protagonisti che devono semplicemente innamorarsi: entrambi hanno imparato a sopravvivere attraverso il controllo, la distanza e il silenzio. Il problema è che, quando si incontrano, ciascuno comincia lentamente a mandare in frantumi le difese dell’altro. Ed è proprio su questa tensione, più ancora che sull’attrazione, che il romanzo costruisce la sua parte migliore. Elowyn arriva a Burlington, nel Vermont, dopo aver attraversato praticamente tutto il Paese. Ha scelto di lasciarsi alle spalle la California e una vita che non riesce più a riconoscere come propria. Frequenta l’università, cerca un lavoro e una sistemazione, ma soprattutto tenta di ricominciare senza attirare l’attenzione. È una ragazza indipendente fino all’ostinazione, abituata a cavarsela da sola e a interpretare qualsiasi aiuto come il rischio di perdere nuovamente il controllo della propria vita. Dietro questa durezza, però, c’è una paura molto concreta. Elowyn osserva continuamente ciò che la circonda, sobbalza per rumori innocui, controlla le vie di fuga, misura le persone prima di concedere loro fiducia. La fotografia è il suo rifugio: attraverso l’obiettivo riesce a fermare ciò che nella realtà le sembra troppo instabile, soprattutto la natura, le albe e i colori dell’autunno del Vermont. Amael è quasi il suo opposto e, nello stesso tempo, le somiglia più di quanto entrambi vorrebbero ammettere. Dopo la morte dei genitori ha costruito tutta la propria esistenza intorno al fratello minore Maven, sacrificando desideri, progetti e perfino una parte di sé. È diffidente, brusco, spesso irritante, incapace di fare una domanda senza darle il tono di un interrogatorio. Ma quella necessità di controllare ogni cosa nasce dal terrore di perdere ancora qualcuno. Anche lui ha abbandonato qualcosa che amava: la pittura. L’incontro con Elowyn finirà per costringerlo a chiedersi quanto della sua vita abbia davvero scelto e quanto, invece, abbia vissuto soltanto per proteggere gli altri.

Immagine generata con l'IA

Intorno a loro Wear costruisce un gruppo di personaggi che non resta semplicemente sullo sfondo. Maven è gentile, creativo, sensibile, legato all’arte quanto il fratello, ma dietro la sua apparente fragilità nasconde zone molto più complicate. Il rapporto tra i due fratelli è uno dei fili più interessanti del romanzo: c’è amore, certamente, ma anche dipendenza, senso di colpa e un bisogno di protezione che nel tempo ha deformato gli equilibri. Rainey, invece, è probabilmente il personaggio secondario più immediato: schietta, ironica e incapace di assecondare Elowyn quando sa che sta sbagliando, diventa quell’amica che non pretende spiegazioni ma resta comunque. Aksel porta leggerezza e sarcasmo, mentre Nova, diffidente e tagliente, si muove nella storia con un ruolo inizialmente più ambiguo. La trama procede proprio attraverso ciò che Elowyn non vuole raccontare. Capiamo presto che il suo trasferimento non è una semplice fuga dalla famiglia e che le cicatrici che porta sul corpo hanno una storia. Allo stesso tempo Amael, convinto che la ragazza possa rappresentare un pericolo per Maven, comincia a cercare risposte per conto proprio. Il rapporto tra lui ed Elowyn nasce quindi nel peggiore dei modi: sospetti, provocazioni, discussioni, confini continuamente violati. Poi arrivano le passeggiate tra i boschi, le fotografie, le albe condivise sul balcone, l’arte e quei momenti in cui entrambi abbassano la guardia abbastanza da lasciar intravedere chi sono davvero. Il passato, naturalmente, non rimane fermo ad aspettare, e nella seconda parte il romanzo cambia progressivamente passo, trasformando la tensione emotiva in una minaccia molto più concreta.


La scrittura di Trisha Wear è fortemente emotiva e sensoriale. La narrazione in prima persona alterna i punti di vista di Elowyn e Amael e permette di osservare la stessa relazione da due interiorità molto diverse. Elowyn pensa attraverso immagini, colori e fotografie; Amael attraverso il controllo, la rabbia e tutto ciò che non riesce a dire. La prosa insiste molto sulle sensazioni fisiche – battiti, respiri, pelle, brividi – e utilizza continuamente metafore legate alla luce, alle tempeste, alle cicatrici, all’arte e alle stagioni. In alcuni passaggi questa ricerca dell’intensità tende forse a ripetersi un po’, soprattutto nelle lunghe riflessioni interiori, ma contribuisce anche a dare al romanzo un’identità precisa. I dialoghi, al contrario, sono più secchi e vivaci, spesso costruiti sul sarcasmo e sulla provocazione. Molto riuscita è l’ambientazione autunnale del Vermont. Il foliage, il lago, i boschi, la pioggia, le prime giornate fredde e soprattutto il continuo alternarsi di alba, crepuscolo e oscurità non fanno soltanto da cornice: accompagnano l’evoluzione dei protagonisti. La luce diventa quasi il linguaggio con cui il romanzo parla della possibilità di ricominciare. Afterglow. Quando il cielo si spegne è quindi una storia d’amore, ma soprattutto un romanzo su ciò che succede dopo; dopo la paura, dopo una perdita, dopo che qualcuno ha incrinato la fiducia negli altri e in noi stessi. Trisha Wear non racconta due persone che si salvano magicamente a vicenda: racconta due persone imperfette che, incontrandosi, cominciano almeno a desiderare di tornare a vivere. E in fondo è proprio questo il significato più bello dell’afterglow: la luce che rimane quando si è convinti che il cielo si sia ormai spento.

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