27 ottobre 2017

Recensione: La bellezza è una ferita, di Eka Kurniawan

Titolo: La bellezza è una ferita
Autore: Eka Kurniawan
Editore: Marsilio
Pagine: 498
Anno di pubblicazione: 2017
Prezzo copertina: 20,00 €


Recensione a cura di Marika Bovenzi

Thomas Mann nel ’900 sosteneva che “la bellezza ci può trafiggere come un dolore”. Più di cento anni dopo, Eka Kurniawan, autore indonesiano, ha creato un romanzo in cui la massima del premio Nobel tedesco trova ampia spiegazione. Grazie alla casa editrice Marsilio, in Italia è giunto uno dei libri più profondi e affascinanti, ricco di tematiche interessanti, sfacciatamente tagliente e critico. La bellezza è il tema centrale
intorno al quale si sviluppano le vicende dei personaggi e, sin dalle prime pagine, lo scrittore ci lancia un messaggio forte e chiaro: le disgrazie della vita accadono tanto alle persone con una innata bellezza, quanto a quelle meno fortunate.

Tutto è ambientato nel cuore dell’Indonesia e precisamente sull’isola di Giava, dove si trova un piccolo villaggio chiamato Halimunda, terra di fiabe nere, strani abitanti e donne particolari come quella che volò da una rupe per non rassegnarsi a un’esistenza infelice; la principessa che andò in moglie a un cane perché nessun uomo era degno di lei; e Dewi Ayu, la bellissima prostituta con le sue quattro figlie che ricordava tutti i nomi dei suoi clienti. E proprio su quest’ultima figura si focalizza la narrazione: Dewi Ayu era ritenuta una tra le più famose intrattenitrici del suo tempo e della sua terra e non vi era uomo ad Halimunda che non le avesse fatto visita. 

Foto di Herman Damar
Di origine olandese, era figlia di una coppia di fratellastri che sin da infante la abbandonarono con i nonni. In età adulta, durante l’occupazione giapponese, venne catturata e portata nei campi di prigionia, dove scoprì come il suo corpo potesse avere un valore ed essere utilizzato come merce di scambio. Da quel momento in poi e per tutta la sua vita, diventerà una prostituta abile negli affari e nella politica. Il romanzo si apre con la resurrezione di Dewi Ayu- ventuno anni dopo la sua morte - per vendicare una maledizione che grava sulla sua famiglia. Come una specie di spirito fatto di carne ed ossa, abbandona la propria tomba suscitando terrore e superstizione negli abitanti, e come se non fosse mai deceduta, fa ritorno dalle quattro figlie: Alamanda, Adinda, Maya Dewi (di aspetto incantevole) e Bellezza, ultima pargola, partorita tre giorni prima delle sua morte e di innaturale bruttezza. Ritornata al calore del suo focolare domestico, comincia a raccontare alle sue figlie storie passate delle sua giovinezza; del colonialismo spietato; dell’occupazione giapponese; della rivoluzione comunista; del regime dittatoriale e tirannico; nconhé di fatti incredibilmente paradossali, fantastici e sovrannaturali accaduti nel suo villaggio.

Lo stile del romanzo è elegante e affianca un linguaggio aulico. La struttura narrativa invece è complessa e i numerosi intrecci e digressioni spesso ne rendono complicata la lettura che abbisogna di massima concentrazione. Personalmente, una cosa che ho apprezzato in particolar modo è quel richiamo al realismo magico di Gabriel Garcia Marquez, tangibile tra le righe, nelle vicissitudini illogiche dei personaggi locali, negli scenari surreali e quasi onirici di Halimunda, e nella coesistenza tra cose reali e fittizie. Però, nonostante Kurniawan si avvicini molto allo stile dello scrittore colombiano, se ne discosta impregnando il romanzo di humor grottesco, rendendo cose come la morte, la resurrezione e l’orrore della guerra quasi accettabili e ironici. Un’altra cosa che mi ha colpita, è stata la volontà dell’autore di rendere una sorta di omaggio alle donne di luoghi dimenticati, attraverso la protagonista: anche se Halimunda viene assediata, conquistata e messa in ginocchio da oppressori e uomini prepotenti e barbari, alla fine a sopravvivere sono Dewi Ayu, le donne, il loro carattere coraggioso e il loro matriarcato fortemente radicato. Per quanto riguarda la protagonista invece, è una figura complessa e particolare: se da un lato ha un aspetto magnifico e avvenente; dall’altro, la sua bellezza è una ferita, una condanna per la sua vita e quella della sua famiglia. In qualche modo l’autore ci dipinge quella che doveva essere la condizione femminile indonesiana nel ’900, quando misoginia e dispotismo banchettavano con la miseria, l’infelicità e i soprusi della gente comune.

Foto di Herman Damar
In conclusione è un romanzo intricato e complesso che fa riflettere sull’oppressione e sulle vessazioni di popolazioni che si battono giorno dopo giorno per ottenere quella libertà che in molti paesi viene sminuita e spesso sottovalutata.

L'AUTORE
Eka Kurniawan nasce a Tasikmalaya, nella parte occidentale dell’isola di Giava, il 28 novembre 1975, giorno in cui l’ex colonia portoghese di Timor Est proclama la sua indipendenza. Autore di romanzi, racconti, saggi, sceneggiature e graphic novel, già finalista al Man Booker International Prize, collabora regolarmente con il New York Times ed è considerato oggi il più originale, profondo ed elegante scrittore del Sud-Est asiatico. Eletto libro dell’anno dalle più prestigiose testate internazionali, La bellezza è una ferita è in corso di pubblicazione in 37 paesi.

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