Recensione: Il club dei parenticidi, di Ambrose Bierce

Titolo: Il club dei parenticidi
Autore: Ambrose Bierce
Editore: Mattioli 1885
Pagine: 156
Anno di pubblicazione: 2018
Prezzo copertina: 10,00 €


Recensione a cura di Mario Turco

L’odio, il sangue e spesso la morte: in una parola sola, famiglia. Del nucleo sociale più importante del mondo Ambrose Bierce ne “Il club dei parenticidi”, edito da Mattioli editore, racconta il lato più abrasivo, quello che in fondo non è nemmeno tanto nascosto se si pensa all’imperituro successo dei programmi/giornali di cronaca nera. L’autore del celebre “Dizionario del diavolo”, sorta di cinico vocabolario pubblicato nel 1906 che con le sue aforistiche definizioni si divertiva a capovolgere il buon senso morale, religioso e politico

degli Stati Uniti di quel (e questo) tempo, nei brevi racconti pubblicati e tradotti da Livio Crescenzi inserisce la violenza contro consanguinei non all’interno di una cornice di anormalità bensì in un corso degli eventi che non può trovare altra strada se non quello dell’omicidio verso i proprio familiari.


Non si assiste insomma ai toni odierni e passivi del giornalismo che inquadra sempre questi fatti come “raptus, follie, aberrazioni”. I parenticidi trasposti su carta da Bierce vengono raccontati con un tono estremamente disincantato dai protagonisti stessi che richiedono più volte l’assenso del lettore, come se ad esempio “la mancanza dei pasti a scuola” potesse giustificare l’ipnosi dei propri genitori facendo credere loro di essere due cavalli selvatici e facendoli successivamente picchiare come due forsennati (“L’ipnotizzatore”). Come ha ben scritto Guido Almansi e come riportato nell’introduzione del libro, la scrittura di Bierce è un luogo “dove tutto è esagerato, portato al limite estremo, spinto al di là di ogni barriera di gusto, di buonsenso, di decenza, di educazione, di decoro, di dignità. Quando un’idea repellente gli piace, lui si diletta a renderla due volte tale, oltre la soglia di tolleranza del lettore meno schifiltoso”. E tutto questo viene amplificato proprio nella scelta del soggetto, dell’istituzione che nonostante la deriva morale dei tempi moderni, mantiene uno status sacro: la famiglia, appunto. O meglio, il suo cuore nero grondante sangue e raccontato in prima persona da esponenti che vedono un padre che distilla olio di cane e una madre procuratrice di aborti uccidersi a vicenda per un business che mischiava entrambe queste amene attività (“Olio di cane”, probabilmente il più schifoso dei racconti di Bierce che meriterebbe però una trasposizione cinematografica).


Ambrose Bierce
Il club dei parenticidi” oltre a quelli che danno il titolo alla raccolta, è composto nella seconda parte da una serie di racconti velocissimi, quasi abbozzi di tre/quattro pagine su storie di fantasmi, uno dei generi in cui il giornalista Bierce si misurò e che fecero scrivere a H.P. Lovecraft che il suo stile a riguardo era “crudo e selvaggio”. In realtà la scrittura dell’autore de “Il club dei parenticidi” è molto distante da quella definizione e lontana anche dalla certosina immaginazione del “solitario di Providence”. Bierce si serve spesso della sua esperienza militare per raccontare di ritorni di reduci, di case abbandonate repentinamente nel corso della guerra che ben presto diventano case infestate nelle credenze popolari, di personaggi laconici con misteri alle spalle. Tutti i racconti ospitati in questa raccolta seguono sempre lo stesso schema: realtà descritta in modo piano e tranquillo -avvento di un fatto inspiegabile- chiusa sovvranaturale, che spesso avviene solo nelle ultime righe del racconto. La scelta di destabilizzare con il capoverso finale ciò che s’era letto fin lì non è un espediente letterario fine a sé stesso ma sembra il profondo convincimento di un uomo convinto del mistero insondabile del cosmo, del suo innervare con un capriccio e un raccapriccio la normalità di un pianeta a caso di questa galassia. E nonostante l’assenza della precisa mitologia dei Grandi Antichi è proprio questa l’affinità maggiore con Lovecraft che fa rammaricare del fatto che in fondo Bierce non abbia voluto sviluppare fino in fondo la sua componente horror che l’avrebbe sicuramente consacrato tra i maestri del genere.

L'AUTORE
Ambrose Gwinnett Bierce (1842-1913). È stato uno scrittore, giornalista e aforista statunitense, tra i più noti della San Francisco a cavallo tra il 1850 e i primi anni del xx secolo. Anche se deve la sua fortuna letteraria all’opera Dizionario del Diavolo, i suoi racconti sono considerati tra i migliori del xix secolo, in particolare quelli di guerra. Quelli fantastici invece, anticiparono lo stile del grottesco che sarebbe diventato un vero e proprio genere letterario nel xx secolo.

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