4 gennaio 2020

Recensione: Steven Spielberg, a cura di Andrea Minuz

Titolo: Steven Spielberg
Autore: Andrea Minuz (a cura di)
Editore: Marsilio
Pagine: 183
Anno di pubblicazione: 2019
Prezzo copertina: 12,50 €


Recensione a cura di Mario Turco

“Steven Spielberg non è soltanto il regista di maggior successo della storia del cinema americano, ma un personaggio pubblico, un fenomeno culturale, un'icona del nostro tempo”. Basta appena l'attacco del libro per rendersi conto di come “Steven Spielberg”, silloge di saggi a cura di Andrea Muniz edito da Marsilio nella collana Elementi sia un lavoro necessario per gli studi italiani di storia e critica del cinema. Perché ci si può perdere nei piani-sequenza di Lav Diaz o credere solo alla politica degli autori ma è giunta l'ora di capire che anche all'interno dell'industria più commerciale di tutte, l'hollywodiana, si possono ergere autori capaci di rapportarsi col cinema in maniera originale. Steven Spielberg poi è la figura forse più innovativa del panorama americano, capace di avere un enorme impatto sulla cultura popolare almeno per quattro decenni. Proprio su questo ruolo di business-man sempre attento al mercato ma mai prono ad esso insiste Andrea Muniz nel saggio d'apertura, ricordando come “Spielberg va quindi inquadrato sia all'interno delle forme del cinema americano, sia in riferimento alla logica espansa della sua produzione e all'attività delle due società”, la Amblin e la Dreamworks di cui è co-fondatore.


La critica italiana e straniera ha per tanti anni però snobbato la sua importanza limitandosi a semplice monografie basate sulle schede dei film. Come riportato da Muniz, Lester Friedman ha rivelato come per un accademico occuparsi di Spielberg era “l'equivalente di un'apparizione in un film porno”. Il successo che all'autore de “Lo squalo” ha arriso sin da giovanissimo l'ha reso infatti sospetto agli occhi degli studiosi nonostante invece i colleghi si fossero subito resi conto della sua padronanza tecnica e delle sue peculiarità. Nel saggio “Jaws” (tutti i contributi fanno riferimento ai titoli originali) Valerio Coladonato fa un'attenta disamina della tecnica registica del film col quale si comprende che il primo blockbuster estivo della storia non fu solo un prodotto fortunato di una major ma il lavoro calibrato di un professionista che seppe calibrare con enorme mestiere i mezzi a sua disposizione. Anche se lo squalo non si vede per un'ora a causa dell'eccessivo costo del modello dell'animale, non bisogna dimenticare che Spielberg seppe rispondere a questa difficoltà facendo un accorto uso hitchcockiano della suspense. Ma Spielberg non è mai stato solo un ottimo mestierante capace di creare icone cinematografiche come Indiana Jones. In realtà è proprio in un altro oggetto di culto come “E.T- L'extraterrestre” che la sua cifra stilistica s'afferma indelebilmente. Nigel Morris nell'omonimo studio dimostra come la fiaba dell'alieno venuto dallo spazio ed affezionatosi ad un bambino umano sia in realtà un complesso intreccio di psicanalisi biografica (la figura del padre assente di Elliott come per lo stesso Spielberg), narrazione mitologica e perfino agganci alla parabola evangelica di Cristo (i poteri di guarigione di E.T., l'uso della luce quando atterra e quando va via sull'astronave). 


L'ingresso nell'età adulta del Peter Pan del cinema avviene naturalmente con “Schindler's List” che nel 1993 gli porta finalmente il consenso critico meritato con un film dichiaratamente programmatico. Thomas Elsaesser nel suo saggio ricorda come finalmente il regista statunitense accetti le sue origine ebree e cerchi di espiare il tardivo riconoscimento con un'opera fondamentale sulla Shoah. Nonostante le polemiche sul punto di vista adottato, mediato cioè dagli stilemi dell'industria hollywodiana (e quindi melodramma, enfasi, semplicismo) non si può negare come il film col suo successo abbia fatto molto per rinnovare la memoria della più grande tragedia del secolo scorso. Con “Minority Report” si assiste ad un ulteriore passo in avanti riguardo alla complessità dei temi trattati: “Guardo il mondo in cui stanno crescendo i miei figli e ciò che vedo è oscurità. Non posso fare divertenti film al riguardo”. Pietro Masciullo parte da questa dichiarazione di Spielberg per analizzare come l'11 Settembre abbia influenzato il suo film più distopico. Accompagnando alla riflessione sul libero arbitrio un'intensa attività teoretica sul cinema (come acutamente notato da Masciullo in fondo i Precog coi loro sogni ne replicano l'attività più specifica: il montaggio) “Minority Report” reclama un posto di primo piano nell'immaginario fantascientifico del nuovo millennio. Il libro si chiude con lo studio compiuto da Mauro Di Donato riguardo “Ready Player One”, liquidato alla sua uscita come giocattolone ipercinetico e invece capace di porsi come snodo fondamentale dell'industriale massmediale dei prossimi anni. “Steven Spielberg” è allora un saggio fondamentale per la critica italiana che ha forse l'unico difetto, in un'ottica di vendibilità (spielberghiana!) di usare un linguaggio tecnico forse non adatto ai profani.


L'AUTORE
Andrea Minuz insegna Storia del cinema presso l’Università «Sapienza» di Roma. Ha scritto e curato numerosi volumi, tra cui La Shoah e la cultura visuale. Cinema, memoria, spazio pubblico (2010); L’invenzione del Luogo. Spazi dell’immaginario cinematografico (2011); Viaggio al termine dell’Italia. Fellini politico (2012), tradotto in inglese nel 2015 per Berghahn Books (Political Fellini. Journey to the end of Italy). È membro del comitato scientifico della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro e scrive di media e televisione per il quotidiano «Il Foglio».