Recensione a cura di Mario Turco
Operazione che in nuce non aveva necessariamente elementi di criticità dato che l'ampio lasso di tempo intercorso dalla famigerata rivisitazione del capolavoro di Bram Stoker poteva aver sedimentato materiale biografico ed artistico che avrebbe dato nuova linfa a questo ennesimo ritorno all'età d'oro argentiana. Proprio la scena iniziale di “Occhiali neri” sembra uscita dallo stesso calderone immaginativo della fase più fertile del regista ma senza il tardo manierismo dei suoi film dei primi anni Duemila: un'avvenente ragazza (quel gran e bel mistero buffo che continua ad essere Ilenia Pastorelli) gira in macchina tra le strade dell’EUR, con gli occhi alzati verso il cielo mentre un’eclissi di sole comincia a oscurare ogni cosa. Si ferma sul prato di Parco del Turismo e si lascia volentieri contaminare dalla luce nera della stella più vicino alla Terra, immagine che anticipa l'altrettanta scura notte in cui è immersa la sua vita. Diana, questo il suo nome, è infatti un'escort d'alto bordo che esercita la sua professione o in lussuosi hotel della Capitale o nella sua bella casa della Garbatella, condannata moralmente dalla domestica latinoamericana che si lascia andare a vistosi rimbrotti - e qui ancora una volta Argento conferma l'incomprensibile incapacità di saper scrivere una scena comica, nonostante l'aiuto in fase di sceneggiatura del sodale Franco Ferrini. Proprio per aver rifiutato un amplesso con un uomo che puzzava troppo, finisce sotto le mire di un misterioso serial-killer di prostitute fino a che una sera, per sfuggire al furgone bianco del suo aguzzino, fa un incidente stradale in cui perde la vista.
Da qui “Occhiali neri” si limita a raccontare il tentativo di Diana di scoprire l'identità del suo carnefice fino ad arrivare all'inevitabile resa dei conti col suo sadico carnefice. A lungo andare, così, il film di Dario Argento si sfilaccia e perde un qualsivoglia ordito audiovisuale perché se da una parte è evidente come il regista romano sia ancora mosso dalle stesse tensioni personali che rintracciano nell'uso parossistico della violenza una possibile via di fuga, – gli omicidi furiosamente ematici di giovani donne, a cui anche “Occhiali neri” riserva una particolare attenzione nello stranamente striminzito body count – dall'altra ricusa chiaramente la struttura gialla dell'intreccio. Non c'è mistero né tensione nel film, né d'altra parte li si ricerca: ciò che è messo in primo piano è il legame personale tra la meretrice Diana ed il piccolo Chin, unico sopravvissuto della famiglia cinese sterminata involontariamente (meglio sorvolare sui risvolti legalitari della storia) dalla donna durante la sua fuga. Ma l'arco narrativo di questo rapporto scivola via tra l'accademismo della sua costruzione (iniziale diffidenza-conoscenza effettiva-subitaneo affetto) e mancata caratterizzazione sociale (il temporaneo rifugio nella casa del bambino cinese viene sbrigato con troppa fretta). In questo modo, purtroppo, “Occhiali neri” prova a riempire il vuoto dei suoi 90 minuti con alcune scontate auto-citazioni – l'uomo sbranato dal cane come in “Profondo rosso” - ed altrettanto prevedibili sconfinamenti nello scult, come nel caso della scena dei feroci (sic!) serpenti lacustri della campagna romana, notoriamente adusi ad uccidere in malo modo chiunque si avventuri tra le paludi.