Recensione: L'amicizia, di Maurice Blanchot

Titolo:
L'amicizia
Autore: Maurice Blanchot
Editore: Marietti 1820
Pagine: 352
Anno di pubblicazione: 2021
Prezzo copertina: 28,00 €

Recensione a cura di Mario Turco

Probabilmente la scelta del titolo di questa silloge di saggi sarebbe piaciuta allo stesso autore che ne avrebbe ricavato materiale di sviluppo sulla raffinata pertinenza tra questo sentimento e le sue riflessioni sull’arte, la filosofia e l’umanità. Quel che è certo è che questo apicale “L’amicizia”, di Maurice Blanchot edito da Marietti1820 sotto la cura di Riccardo Panattoni e Gianluca Solla sin dall’intestazione esibisce la sua mancata sovrapposizione tra significato e significante come motivo di espansione semantica di un linguaggio già particolarmente grumoso, inestricabilmente denso ma non per questo impossibilitato ad essere/diventare ulteriormente agglutinante. Dietro questa ambigua scelta lessicale, il libro è difatti la classica raccolta di scritti - quasi tutti inediti in Italia - dell’autore francese che con la sua prosa liminare tra letteratura e filosofia ha avuto un ruolo di assoluto rilievo nella seconda metà del Novecento e la cui influenza dagli anni Dieci del Duemila ha ormai raggiunto stabilmente gran parte delle nostre università. 


Come notano sinceramente i due estensori nella prefazione de “L’amicizia” sembrerebbe invece che “nulla è più estraneo alle intenzioni e allo stile di Maurice Blanchot dallo scrivere un libro sul rapporto a cui comunemente diamo questo nome, magari per rivelarne le implicazioni psicologiche o quelle sociali”. E allora perché questa scelta? I due studiosi italiani rintracciano nella semantica e nella biografia che questa parola comporta un possibile peculiare percorso per (dis)fare ordine nella magmatica scrittura dello scrittore transalpino. Anche se alcuni temi, dall’insondabilità dell’estetica alla relazione misteriosa tra letteratura e vita, tornano più di altri ciò che contrassegna questa raccolta di saggi è proprio l’ampiezza delle riflessioni. Sia per quanto riguarda la quantità degli argomenti sviscerati sia soprattutto per la qualità intellettuale riservata ad ogni singolo capitolo, la scrittura di Blanchot è, forse mai come in questo caso, abbacinante. I frequentissimi ossimori, antitesi, non-sense pieni di senso rinviano incessantemente a qualcos’altro da sè, in uno scoppiettio elucubrativo perenne che anche a costo di cadere nella forzatura e nell’onanismo stilistico (“Sognare, scrivere”, è l’acme di questa forsennata vuota danza verbale, probabilmente dettato dalla voglia di fornire un punto di vista originale su due dei temi più ancestrali del mondo) non lasciano mai indifferente il lettore che voglia perdersi in questo labirinto. 

In “Distruggere”, ad esempio, abbiamo forse la più poetica ed allo stesso tempo razionale spiegazione del termine: “- Distruggere. Come riecheggia: dolcemente, teneramente; assolutamente. Una parola - un verbo all’infinito segnato dall’infinito - senza soggetto; un’opera - la distruzione - che si realizza attraverso la parola stessa: niente che la nostra conoscenza possa recuperare, soprattutto se essa si aspetta che gliene venga una possibilità d’azione. è come una luce serbata nell’animo; un segreto inaspettato. Ci è confidato affinché, distruggendosi, ci distrugga per un avvenire per sempre separato da ogni presente”. Meno centrato quando discetta di politica - “Sul comunismo (bisogni, valori)” tradisce l’ondivaga biografia dell’autore -, Blanchot raggiunge picchi di assoluta vertigine cerebrale con l’analisi della letteratura tascabile fatta ne “I grandi riduttori” e la critica del romanziere Jean Paulhan, le cui tesi sull’insostenibilità etica della “facilità del morire” vengono rilanciate e ribaltate in un’asfissiante disamina su ciò che questo assunto personale comporti più in generale. Come a voler prendere pausa da un intrico filosofico lungo 200 pagine, “L’amicizia” stempera parzialmente il suo arcano linguaggio tornando alla semplicità (semplicità da prendere con le pinze in una scrittura che rimane sempre e comunque ostica al grande pubblico) con i saggi finali che vertono su Kafka ed il suo rapporto personale con Max Brod.

L'AUTORE
Maurice Blanchot (Quain, 1907 - Le Mesnil-Saint-Denis, 2003), scrittore e filosofo. L'influenza dei suoi testi ne ha fatto una figura di assoluto rilievo nel panorama culturale del Novecento. Tra i suoi scritti, oltre Il passo al di là, pubblicato da Marietti nel 1989, ricordiamo Lautréamont e Sade, Lo spazio letterario, Il libro a venire, L'infinito intrattenimento, La folla del giorno e La scrittura del disastro.

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