Recensione a cura di Mario Turco
Adattando e sceneggiando il capolavoro di Albert Camus, uno dei testi fondamentali della letteratura del Novecento, Ozon compie un'operazione che mostra ancora una volta il suo intelligente eclettismo d'autore. Il film del regista francese mantiene la trama dell'originale cartaceo: siamo ad Algeri nel 1938 e Meursault (Benjamin Voisin, sempre a rischio divismo per la sua bellezza ma efficace nella sua arrogante indifferenza) è un modesto impiegato di trent'anni che vive con atarassia la sua esistenza. Un giorno un telegramma lo avvisa dell'avvenuta morte della madre, ricoverata in un lontano ospizio. L’uomo anche in questo caso estremo sbriga con indolenza le formalità: si reca nel paese, partecipa alla veglia funebre senza versare una lacrima, accompagna la salma al cimitero e poi va via con la solita flemma ieratica. Il giorno dopo al mare incontra una sua vecchia collega, Marie (Rebecca Marder), iniziando con lei una relazione fisicamente passionale ma ancora una volta emotivamente glaciale. Come se l'amore si potesse solo fare senza dirlo - per l'uomo non hanno razionalmente valore né le parole affettuose né il matrimonio, come esplicita con adolescenziale sicumera ad ogni piè sospinto alla sua partner - Meursault non riesce a legarsi realmente alla giovane donna che invece lo adora. Egli preferisce, in un'attrazione omoerotica che la regia di Ozon sapientemente suggerisce senza dire, farsi trascinare nei loschi affari del suo vicino di casa Raymond Sintès (Pierre Lottin, una delle più belle facce ribaldi del cinema europeo). Avvinto dalla malia calda e sfiancante del sole africano, durante una gita al mare infine Meursault ucciderà un ragazzo algerino, pagando le conseguenze del suo gesto e di un'esistenza accidiosa e neghittosa ma senza altra causa che non sia stata un confuso mal di vivere... “Non sarai né il primo né l’ultimo ad aver ucciso un arabo”: c'è tutto il peggior sciovinismo francese in questa frase che l'imputato Meursault si sentirà rivolgere dal mite avvocato, anch'egli transalpino ovviamente, poco prima dell'udienza del processo che lo vede alla sbarra.
La stratificazione maggiore di questa versione de Lo straniero firmata Ozon sta difatti nella consapevole esasperazione della riflessione sulle conseguenze coloniali degli stati europei, fatta attraverso piccole ma significative aggiunte al già accusatorio materiale di partenza. Dalla titolazione araba del film che precede quella francese - che però ci pare un eccesso da cultural studies: romanzo, autore e protagonista sono transalpini - al cinegiornale che magnifica l'intervento dei colonizzatori nell'urbanistica di Algeri, dal maggior ruolo dato alla sorella del ragazzo ucciso alla tomba che finalmente dà un nome alla vittima: attraverso queste nuove notazioni si apre una nuova prospettiva critica sulla "annoiata" filosofia piccoloborghese dell'assassino. Ecco che Meursault in questo 2026 appare così molto più vicino al Verchovenskij de “I demoni” invece che, come la sua controparte letteraria, al Raskol'nikov di “Delitto e castigo”: in lui non è solo l’avvenuta presa di coscienza dell’irredimibile inutilità del tutto a fargli premere per ben cinque volte il grilletto ma anche la scelta di sopprimere proprio un individuo che con la sua sola presenza gli ricordava quanto straniero era in quella nazione e in quella dimensione dell’esistenza. Pur appesantito da una prima parte che troppo calligraficamente illustra le meccaniche raziocinanti del protagonista (le inquadrature sul suo perenne ruolo di osservatore e le sue elucubrazioni che senza la prima persona del romanzo con questo uso della terza risultano didascaliche), il film arriva a un finale teso e vibrante, bressoniano sin dalla presenza ri/disvelatrice del prete (Swann Arlaud), e che porta ad ebollizione la tensione morale dello spettatore, libero finalmente di lasciar andare via la sua controparte tormentata attraverso l’annientamento del protagonista.






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