La recensione di "Orlando", tratto dal libro e dal carteggio tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West, che per la regia di Andrea De Rosa è in scena al Teatro Vascello di Roma fino all'8 marzo
Recensione a cura di Mario Turco
"Sono nuovamente libera: e come sempre mi vengono in mente delle possibilità appassionanti: una biografia che comincia verso il 1500 e che continuerà fino ai nostri giorni, intitolata Orlando… ". Così Virginia Woolf appuntava nel suo diario nell’ottobre del 1927 il primo progetto del romanzo che terminerà nel maggio successivo e che, al di là della sua immensa vena poetica, è passato alla storia come il primo consapevole capolavoro della letteratura queer femminista. Libro talmente incastonato nella contemporaneità e nei suoi discorsi culturali che anche lo scrittore e filosofo Paul B. Preciado ha esordito nel mondo del cinema con un lungometraggio/documentario intitolato Orlando, My Political Biography”. Ma il romanzo della scrittrice inglese è qualcosa che va oltre i gender studies perché, pur inglobando tematiche inerenti l'identità sessuale, è talmente sfaccettato da poter essere affrontato da angolazioni diversamente rifrangenti. Ecco che "Orlando", tratto dal libro e dal carteggio tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West che per la regia di Andrea De Rosa è in scena al Teatro Vascello di Roma fino all'8 marzo mostra la grandezza prima di tutto della sorgiva fonte letteraria.
"Sono nuovamente libera: e come sempre mi vengono in mente delle possibilità appassionanti: una biografia che comincia verso il 1500 e che continuerà fino ai nostri giorni, intitolata Orlando… ". Così Virginia Woolf appuntava nel suo diario nell’ottobre del 1927 il primo progetto del romanzo che terminerà nel maggio successivo e che, al di là della sua immensa vena poetica, è passato alla storia come il primo consapevole capolavoro della letteratura queer femminista. Libro talmente incastonato nella contemporaneità e nei suoi discorsi culturali che anche lo scrittore e filosofo Paul B. Preciado ha esordito nel mondo del cinema con un lungometraggio/documentario intitolato Orlando, My Political Biography”. Ma il romanzo della scrittrice inglese è qualcosa che va oltre i gender studies perché, pur inglobando tematiche inerenti l'identità sessuale, è talmente sfaccettato da poter essere affrontato da angolazioni diversamente rifrangenti. Ecco che "Orlando", tratto dal libro e dal carteggio tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West che per la regia di Andrea De Rosa è in scena al Teatro Vascello di Roma fino all'8 marzo mostra la grandezza prima di tutto della sorgiva fonte letteraria.
Il gran lavoro di sintesi tra le due fonti dello spettacolo, compiuto dalla drammaturgia curata da Fabrizio Sinisi, ha innanzitutto il pregio di sottolineare con naturale spontaneità e accorato studio la correlazione tra l'epistolario tra le due artiste e la rivisitazione poetica di questo rapporto tratteggiato già con spumeggiante grazia da Woolf nel suo romanzo, salutato con felice sintesi critica dal figlio di Sackwille-West come "la più lunga lettera d'amore mai scritta". Questa versione di Orlando, che si avvale della produzione TPE Teatro Astra e TPE – Teatro Piemonte Europa ed è coadiuvata dalla precisa e allo stesso tempo lussureggiante traduzione di Nadia Fusini, gioca infatti sui diversi piani mediali amplificando e rilanciandone la già bizantina struttura. Il protagonista eponimo si fa attraversare, infatti, non soltanto dalle (s) venture di quattro secoli ma anche dalla fluidità di genere, come raccontato da Woolf con poetica leggerezza: "Sfruttiamo questa pausa nel nostro racconto per fare alcune constatazioni. Orlando era diventato donna - su questo non c'è dubbio. Ma sotto ogni altro aspetto, Orlando era identico a prima. Il cambiamento di sesso, pur modificando il futuro dei due Orlando, non poteva modificare la loro identità. Il volto rimase praticamente uguale, come dimostrano i ritratti. Lui - ma in futuro dovremo, per rispetto delle convenzioni, chiamarlo "lei" - lei, dunque, poteva ripercorrere con la memoria tutti gli eventi del suo passato senza alcun problema. Forse c'era una leggera nebulosità, come se nella pozza limpida della memoria fosse caduta qualche goccia nera, e certe cose si erano un po' sfocate, ma nulla di più. La metamorfosi sembrava avvenuta in maniera indolore e completa, tanto che Orlando stessa non ne fu sorpresa. Molti, prendendone atto e ritenendo che un simile cambio di sesso sia contro natura, hanno cercato in ogni modo di dimostrare: 1) che Orlando era sempre stato una donna, oppure 2) che Orlando era ancora un uomo. Lasciamo che siano i biologi e gli psicologi a dirlo. A noi basterà constatare il fatto in sè: Orlando fu un uomo fino ai trent'anni, quando diventò una donna, e tale rimase".
Nell'arco di appena un'ora - troppo breve la durata però: non questioniamo sulle mancanze derivanti dal manoscritto ma sull'altalenante linearità della trama perché, a parte l'incontro e l'abbandono con la principessa russa Sasha, non sappiamo nulla delle avventure d'epoca dell'uomo/donna - Orlando e Virginia sembrano raccontare due autobiografie diverse che si danno però la mano, per vie misteriose, su strade espressive parallele. A fare da sublime interprete dei laceranti stati d'animo di narratrice e personaggio è sul palco l'attrice Anna Della Rosa, unica presenza di questo monologo bifronte. Della Rosa vortica senza sosta sulla bella scenografia di Giuseppe Stellato formata da una gigantesca quercia (albero amato da Woolf e a cui Orlando stesso dedica un poema), alternando ai pochi momenti di sconforto e rabbia la fluviale energia dei due enunciatori verbali. Orlando è in fondo anche la sua apoteosi di donna e attrice che ha abbattuto da tempo barriere di genere e professionali: l'anafora del "Capì" con quella i trascinata per una frazione di secondo in più è emblema della sua possanza recitativa perché in Italia solo lei riesce a dire con quella sfrontata classe e educata irriverenza battute simili. Anche se cerca con grande intelligenza di non calcare la mano sui presentimenti suicidi del testo, è proprio nelle sue prolessi di morte che l’Orlando di De Rosa trova i suoi momenti più impattanti. Con lo straordinario finale in cui Orlando/Virginia, ormai divorata dalla sua fame di biologia e letteratura, muore seppellito dagli stessi fogli che ha troppo scritto e troppo letto, lo spettacolo trova un finale così terribilmente ghiacciato, come l’adorato Tamigi più volte evocato, da impedire fino a fine serata almeno la navigazione della vita: “È il 28 marzo 1941. Vita: qui si spalanca il baratro. Non è bello finire così una lettera?”



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