Titolo: Quante cose ci ha rubato la guerra
Autore: Manuela Barban
Editore: Las Vegas
Pagine: 179
Anno di pubblicazione: 2024
Prezzo copertina: 15,00 €
Recensione a cura di Luigi Pizzi
In Quante cose ci ha rubato la guerra, Manuela Barban racconta la Seconda guerra mondiale da un punto di vista intimo e profondamente umano, scegliendo di mettere al centro non gli eventi bellici in sé, ma le vite di chi li ha attraversati. Il romanzo nasce da una storia vera, quella dei nonni dell’autrice, e riesce a trasformare la memoria familiare in un racconto universale, capace di parlare a chiunque abbia mai sentito il peso delle scelte, delle separazioni e dei compromessi imposti dalla Storia. Siamo nel 1943, in un’Italia spezzata dall’armistizio e dall’incertezza. Goffredo e Silvana, marito e moglie, sono costretti a separarsi: lui resta a Trieste, dove lavora come operaio specializzato all’Ilva, mentre lei torna in Liguria con la figlia, cercando rifugio presso la famiglia del marito. Quella che sembra una soluzione temporanea si trasforma presto in una distanza sempre più profonda. Silvana è una donna indipendente, poco disposta ad accettare il controllo e le interferenze dei suoceri, e decide di trasferirsi a Savona, presso un’amica. Goffredo, rimasto solo e sospeso tra paura e gelosia, reagisce con diffidenza, e tra i due si apre un dialogo fatto di lettere cariche di rabbia, nostalgia, amore e incomprensioni. Parallelamente, Goffredo entra nella Resistenza. Il suo ruolo è rischioso e ambiguo: deve proteggere gli operai dalla deportazione in Germania, muovendosi in un territorio morale incerto e stringendo un rapporto pericoloso con un ufficiale delle SS. Ogni scelta diventa una scommessa sul futuro, ogni gesto può avere conseguenze irreversibili. La guerra, così, non resta sullo sfondo, ma entra nella vita privata dei protagonisti, modificando i loro sentimenti, i loro valori, il modo stesso di guardarsi.
La forza del romanzo sta proprio in questo intreccio tra dimensione storica e dimensione emotiva. Goffredo e Silvana non sono eroi senza macchia, ma persone reali, imperfette, contraddittorie. Goffredo è diviso tra senso del dovere, paura e gelosia; Silvana è animata da un forte desiderio di autonomia, ma deve fare i conti con le conseguenze delle sue scelte. Il loro amore, messo alla prova dalla distanza e dalle circostanze, diventa il luogo in cui si riflettono tutte le tensioni di un’epoca. Attraverso la loro storia, Barban racconta ciò che la guerra porta via: non solo vite e certezze, ma anche sogni, possibilità, innocenza. Il tema della libertà attraversa tutto il romanzo, declinato in forme diverse: la libertà politica, quella personale, quella emotiva. Accanto a questo emerge il valore della memoria, intesa non come semplice ricordo, ma come responsabilità: raccontare significa salvare dall’oblio le voci di chi ha vissuto la Storia senza finirci nei libri di storia. Lo stile dell’autrice è sobrio, preciso, mai retorico. La scrittura privilegia l’emozione autentica alla spettacolarizzazione degli eventi, alternando momenti di tensione a passaggi più intimi, in cui i sentimenti dei personaggi emergono con delicatezza. Il linguaggio è semplice ma evocativo, capace di restituire l’atmosfera di un’epoca e, allo stesso tempo, di avvicinare il lettore alle fragilità dei protagonisti. Il ritmo è equilibrato: la narrazione scorre con naturalezza, mantenendo viva l’attenzione senza perdere profondità. Quante cose ci ha rubato la guerra è, in definitiva, un romanzo che parla di guerra senza mai dimenticare le persone, un racconto di amore, resistenza e perdita che riesce a essere insieme storico e contemporaneo. È una storia che non si limita a commuovere, ma invita a riflettere su ciò che resta dopo la distruzione, su ciò che significa scegliere, resistere, amare in tempi impossibili. Un libro che si legge con coinvolgimento e che lascia una traccia duratura, perché ricorda che, dietro ogni grande evento storico, ci sono sempre vite fragili, coraggiose e irripetibili.
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Manuela Barban è nata a Savona nel 1967 e vive a Torino dal 1969. È cresciuta in case piene di libri, sviluppando sin da bambina una forte dipendenza dalla lettura e una predilezione per la letteratura americana contemporanea, le saghe familiari e i romanzi storici. Dopo il Liceo D’Azeglio si è laureata in Scienze politiche e nella sua vita professionale si è occupata di biblioteca, comunicazione e, oggi, lavora nel team ESG di una multinazionale. Ha frequentato la Palestra Holden e diversi corsi di scrittura, ed è tra i fondatori della rivista letteraria CRACK. Ha pubblicato racconti su varie riviste e partecipato alle antologie Le ricette del Cornuto (Ouverture Edizioni, 2020) e Torniamo a resistere (Edizioni [LOW], 2025). Nel 2014 ha vinto l’edizione invernale del concorso Radio1 Plot Machine con il racconto La valigia, che ha aperto l’e-book di Rai Eri e Libri Mondadori. Il suo primo romanzo, Quante cose ci ha rubato la guerra (Las Vegas edizioni, 2024), ha ottenuto una segnalazione di merito alla IX edizione del premio Augusto Monti. Ama profondamente il mare e torna spesso nella casa di famiglia ad Albisola, dove conserva i ricordi più intensi dei nonni.
Autore: Manuela Barban
Editore: Las Vegas
Pagine: 179
Anno di pubblicazione: 2024
Prezzo copertina: 15,00 €
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In Quante cose ci ha rubato la guerra, Manuela Barban racconta la Seconda guerra mondiale da un punto di vista intimo e profondamente umano, scegliendo di mettere al centro non gli eventi bellici in sé, ma le vite di chi li ha attraversati. Il romanzo nasce da una storia vera, quella dei nonni dell’autrice, e riesce a trasformare la memoria familiare in un racconto universale, capace di parlare a chiunque abbia mai sentito il peso delle scelte, delle separazioni e dei compromessi imposti dalla Storia. Siamo nel 1943, in un’Italia spezzata dall’armistizio e dall’incertezza. Goffredo e Silvana, marito e moglie, sono costretti a separarsi: lui resta a Trieste, dove lavora come operaio specializzato all’Ilva, mentre lei torna in Liguria con la figlia, cercando rifugio presso la famiglia del marito. Quella che sembra una soluzione temporanea si trasforma presto in una distanza sempre più profonda. Silvana è una donna indipendente, poco disposta ad accettare il controllo e le interferenze dei suoceri, e decide di trasferirsi a Savona, presso un’amica. Goffredo, rimasto solo e sospeso tra paura e gelosia, reagisce con diffidenza, e tra i due si apre un dialogo fatto di lettere cariche di rabbia, nostalgia, amore e incomprensioni. Parallelamente, Goffredo entra nella Resistenza. Il suo ruolo è rischioso e ambiguo: deve proteggere gli operai dalla deportazione in Germania, muovendosi in un territorio morale incerto e stringendo un rapporto pericoloso con un ufficiale delle SS. Ogni scelta diventa una scommessa sul futuro, ogni gesto può avere conseguenze irreversibili. La guerra, così, non resta sullo sfondo, ma entra nella vita privata dei protagonisti, modificando i loro sentimenti, i loro valori, il modo stesso di guardarsi.
La forza del romanzo sta proprio in questo intreccio tra dimensione storica e dimensione emotiva. Goffredo e Silvana non sono eroi senza macchia, ma persone reali, imperfette, contraddittorie. Goffredo è diviso tra senso del dovere, paura e gelosia; Silvana è animata da un forte desiderio di autonomia, ma deve fare i conti con le conseguenze delle sue scelte. Il loro amore, messo alla prova dalla distanza e dalle circostanze, diventa il luogo in cui si riflettono tutte le tensioni di un’epoca. Attraverso la loro storia, Barban racconta ciò che la guerra porta via: non solo vite e certezze, ma anche sogni, possibilità, innocenza. Il tema della libertà attraversa tutto il romanzo, declinato in forme diverse: la libertà politica, quella personale, quella emotiva. Accanto a questo emerge il valore della memoria, intesa non come semplice ricordo, ma come responsabilità: raccontare significa salvare dall’oblio le voci di chi ha vissuto la Storia senza finirci nei libri di storia. Lo stile dell’autrice è sobrio, preciso, mai retorico. La scrittura privilegia l’emozione autentica alla spettacolarizzazione degli eventi, alternando momenti di tensione a passaggi più intimi, in cui i sentimenti dei personaggi emergono con delicatezza. Il linguaggio è semplice ma evocativo, capace di restituire l’atmosfera di un’epoca e, allo stesso tempo, di avvicinare il lettore alle fragilità dei protagonisti. Il ritmo è equilibrato: la narrazione scorre con naturalezza, mantenendo viva l’attenzione senza perdere profondità. Quante cose ci ha rubato la guerra è, in definitiva, un romanzo che parla di guerra senza mai dimenticare le persone, un racconto di amore, resistenza e perdita che riesce a essere insieme storico e contemporaneo. È una storia che non si limita a commuovere, ma invita a riflettere su ciò che resta dopo la distruzione, su ciò che significa scegliere, resistere, amare in tempi impossibili. Un libro che si legge con coinvolgimento e che lascia una traccia duratura, perché ricorda che, dietro ogni grande evento storico, ci sono sempre vite fragili, coraggiose e irripetibili.
Manuela Barban è nata a Savona nel 1967 e vive a Torino dal 1969. È cresciuta in case piene di libri, sviluppando sin da bambina una forte dipendenza dalla lettura e una predilezione per la letteratura americana contemporanea, le saghe familiari e i romanzi storici. Dopo il Liceo D’Azeglio si è laureata in Scienze politiche e nella sua vita professionale si è occupata di biblioteca, comunicazione e, oggi, lavora nel team ESG di una multinazionale. Ha frequentato la Palestra Holden e diversi corsi di scrittura, ed è tra i fondatori della rivista letteraria CRACK. Ha pubblicato racconti su varie riviste e partecipato alle antologie Le ricette del Cornuto (Ouverture Edizioni, 2020) e Torniamo a resistere (Edizioni [LOW], 2025). Nel 2014 ha vinto l’edizione invernale del concorso Radio1 Plot Machine con il racconto La valigia, che ha aperto l’e-book di Rai Eri e Libri Mondadori. Il suo primo romanzo, Quante cose ci ha rubato la guerra (Las Vegas edizioni, 2024), ha ottenuto una segnalazione di merito alla IX edizione del premio Augusto Monti. Ama profondamente il mare e torna spesso nella casa di famiglia ad Albisola, dove conserva i ricordi più intensi dei nonni.






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