Recensione: La fine della frontiera, di Daniele Pasquini

Titolo:
La fine della frontiera
Autore: Daniele Pasquini
Editore: NNE
Pagine: 496
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo copertina: 20,00 €

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Recensione a cura di Luigi Pizzi

La fine della frontiera di Daniele Pasquini si inserisce idealmente come evoluzione naturale di Selvaggio Ovest, ma ne amplia lo sguardo e ne approfondisce le implicazioni, spostando il racconto dalla dimensione locale della Maremma a quella vasta e contraddittoria del West americano. Il romanzo si apre nel 1861, in un momento di svolta per la storia italiana, ma è subito chiaro che il cuore della narrazione è altrove: nell’America della frontiera, vista non più come terra di promessa, ma come spazio di conflitto e trasformazione. Il protagonista, Dante Niccolai, giovane carrettiere rimasto orfano, incarna perfettamente il desiderio di riscatto e di fuga che caratterizza molti emigranti dell’epoca. La sua partenza verso il Nuovo Mondo segna l’inizio di un percorso lungo e irregolare, fatto di tentativi, cadute e rinascite. Accanto a lui si sviluppa la figura di Adele Ferrini, uno dei personaggi più interessanti del romanzo. Il rapporto tra i due, costruito attraverso lettere e distanza, diventa il filo emotivo della storia, ma è proprio la lontananza a trasformarlo: mentre Dante attraversa l’America inseguendo un’idea di sé che cambia continuamente, Adele trova tra i Cheyenne una nuova identità, mettendo in discussione le proprie origini e il proprio ruolo. Questo doppio percorso permette all’autore di mettere a confronto mondi diversi e di riflettere sul concetto di appartenenza.


Come già accadeva nel romanzo precedente, Pasquini dimostra una notevole abilità nel costruire una narrazione corale. Le vicende dei protagonisti si intrecciano infatti con quelle di figure storiche realmente esistite, come Carlo Di Rudio, rivoluzionario mazziniano che attraversa l’Europa e l’America portando con sé un passato ingombrante. La sua presenza arricchisce il racconto e lo collega agli eventi storici più significativi dell’epoca, fino alla battaglia di Little Bighorn, momento simbolico che nel romanzo assume un valore fortemente evocativo. Se in Selvaggio Ovest dominava il fascino dell’avventura e di un immaginario quasi epico, La fine della frontiera sceglie invece un tono più riflessivo e disilluso. La frontiera non è più soltanto un luogo di possibilità, ma uno spazio in cui emergono le contraddizioni della conquista: violenza, sradicamento, perdita di identità. I personaggi si muovono continuamente tra culture e territori, e proprio in questo movimento si definisce la loro evoluzione. Dal punto di vista stilistico, Pasquini mantiene una scrittura solida e riconoscibile. Le descrizioni sono evocative senza risultare eccessive, i dialoghi contribuiscono a delineare i personaggi e il ritmo narrativo alterna efficacemente momenti d’azione a passaggi più introspettivi. Rispetto al romanzo precedente, si percepisce una maggiore complessità nella costruzione della trama, che risulta più articolata e ambiziosa. In conclusione, La fine della frontiera è un romanzo storico che unisce avventura e riflessione, capace di raccontare non solo un’epoca, ma anche il senso di smarrimento e trasformazione che accompagna ogni grande cambiamento. Un’opera che amplia l’universo narrativo di Pasquini e che, pur mantenendo il fascino del West, ne mostra il volto più autentico e meno mitizzato.

Daniele Pasquini è nato nel 1988 in provincia di Firenze e lavora come addetto stampa nel mondo editoriale. Ha esordito in narrativa nel 2009 con Io volevo Ringo Starr, seguito da un romanzo breve e da una raccolta, tutti usciti per Intermezzi Editore. Suoi racconti sono comparsi su riviste e antologie. Nel 2022 ha pubblicato per SEM Un naufragio. Per NN Editore ha pubblicato Selvaggio Ovest (2024) e La fine della frontiera (2026).

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