giovedì 11 giugno 2015

La recensione del film IO, ARLECCHINO, al cinema dall'11 giugno

Recensione a cura di Eleonora Cocola

Paolo (Giorgio Pasotti) vive a Roma, dove lavora come conduttore televisivo in attesa di un’occasione che lo aiuti a sfondare. Proprio quando quell’occasione sembra essere arrivata, Paolo viene richiamato nel paesino natio, arroccato sulle montagne bergamasche, per via della malattia di suo padre Giovanni (Roberto Herlitzka): quest’ultimo è un uomo fuori dal comune, un attore di teatro a cui l’età avanzata e la malattia non hanno affatto smorzato la passione. E infatti Giovanni, nonostante le sue pessime condizioni di salute, continua a interpretare Arlecchino, il suo personaggio preferito, nel piccolo teatro di paese, insieme a una compagnia di bravi attori amatoriali. La commedia dell’arte per questo piccolo gruppo di attori è qualcosa di più che un hobby: significa mantenere vivo un magnifico pezzo del patrimonio culturale italiano. Dal padre-Arlecchino e dalla sua piccola compagnia teatrale di provincia Paolo avrà molto da imparare…

Quello che questo film fa è parlare di teatro al cinema con trattando del rapporto fra teatro e vita vera e della differenza fra teatro e televisione: detto così sembra qualcosa di estremamente complicato, eppure il risultato è un film facile: facile da seguire, per la trama lineare e la regia semplice, ma soprattutto facile da amare, grazie alle atmosfere incantate delle montagne bergamasche e alla perfetta caratterizzazione dei personaggi. Va segnalata, in quanto semplicemente straordinaria, l’interpretazione di Herlitzka dell’attore puro, l’uomo di teatro che ha dedicato la sua vita all’arte. Ci sono film che sanno far ridere, piangere e riflettere, tutto insieme, e Io, Arlecchino è uno di questi.

Questo film splendido e coraggioso racchiude tutta la magia del teatro: probabilmente il fatto che la maggior parte del cast possa vantare ampia esperienza in campo teatrale aiuta non poco. Chi recita, per professione o per passione, riconoscerà in Io, Arlecchino molti volti dell’esperienza teatrale: tanto per fare un esempio, il film rappresenta appieno il fragile equilibrio che gli attori conoscono bene, quell’essere in bilico fra terra e cielo, fra concretezza e spiritualità. La concretezza della terra, delle montagne bergamasche da cui proviene la figura di Arlecchino, e quella del corpo che si presta alle posture stravaganti, ai guizzi e ai movimenti acrobatici della commedia dell’arte; e la spiritualità del rapporto che un attore stabilisce col suo personaggio - talvolta fino a diventarne un alter ego - con se stesso, con gli altri attori in scena e con il pubblico. Ma la caratteristica più straordinaria di questo film è che è possibile cogliere quel legame speciale che a volte si stabilisce tra attori della stessa compagnia, quel rapporto che è un magico mix di amicizia, amore e familiarità: chi non ha mai recitato lo può intuire nei gesti e negli sguardi, lo può respirare nelle atmosfere; chi ha avuto l’opportunità di avere dei compagni di teatro, magari di far parte di un gruppo riunito intorno a un insegnante che della recitazione ha fatto la sua vita, si riconoscerà nell’entusiasmo e nella passione dei personaggi interpretati da Valeria Bilello, Lunetta Savino, Gianni Ferreri ed Eugenio De’ Giorgi. Insomma, chi non ha mai pensato di salire su un palcoscenico avrà voglia di iscriversi a un corso di teatro non appena uscito dalla sala.

Quello di Paolo è un viaggio alla riscoperta delle sue origini e della tradizione teatrale italiana, ma anche dell’autenticità dei rapporti: quello con suo padre in primis, ma anche quello che si crea fra attori della stessa compagnia. Si sentirà attratto dal palcoscenico, e il ritorno alle origini si trasformerà in un viaggio di iniziazione: i panni di Arlecchino lo aiuteranno ad avvicinarsi a suo padre, a fare chiarezza sulle sue reali ambizioni, sui suoi sentimenti e, soprattutto, sulla sua identità. Dopo essere stato Arlecchino sarà molto difficile per Paolo tornare in televisione a condurre un programma che gli sembra così vuoto, circondato da ragazze seminude; la celebrità gli sembrerà poca cosa in confronto al tipo di ricchezza che il teatro gli ha regalato: quella ricchezza che solo l’arte è in grado di dare, facendoci sentire più veri, più umani, dandoci la certezza di aver afferrato il senso e la bellezza dell’esistenza. Che poi è la sensazione che si prova uscendo dalla sala dopo aver visto questo bellissimo film.

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