La recensione dello spettacolo "Le canzoni di Pasolini", in scena al Teatro Vascello fino al 24 Aprile
Recensione a cura di Mario Turco
Dopo i debutti a Casarsa e a New York, lo spettacolo è stato recuperato dal teatro di Monteverde e ri-affidato alle curie di Nuccio Siano nella doppia veste di regista ed interprete, quest’ultimo ruolo in co-abitazione con Aisha Cerami, attrice, cantante e scrittrice figlia dello sceneggiatore Vincenzo che fu allievo reale (a Ciampino, quando lo scrittore insegnò per qualche anno in una scuola media, poco prima del successo letterario) e metaforico di Pasolini. “Le canzoni di Pasolini” è innanzitutto la volontà di mettere un ordine forse definitivo al lascito musicale del poeta che, sebbene non particolarmente nutrito, è meritevole di attenzione sia perché dialoga intensamente con alcune delle sue riflessioni più peculiari – l’occhio antropologico scevro da pregiudizi verso le borgate romane, l’inarrestabile corruzione borghese, la malleabilità del linguaggio verso i nuovi codici popolari – sia perché è capace di gettare luce su alcuni coni d’ombra che la critica incredibilmente ancora si riserba. I quattordici pezzi in programma, arrangiati per lo spettacolo da Roberto Marino, (anche autore di 5 brani originali) ed eseguiti con passione crescente dal duo Cerami-Siano sono infatti o riproposizioni di brani celebri o scaturiscono dalla collazione di quelli misconosciuti che in diverse forme hanno solcato gli ultimi decenni ed in alcuni casi non hanno mai trovato nemmeno una forma definitiva come “Ballata del suicidio”, registrata da Laura Betti soltanto nella versione francese. Il concerto teatrale si apre con la voce di Pier Paolo Pasolini che in un palco punteggiato dagli strumenti poco più tardi suonati dal vivo – rispettivamente da Andrea Coloccini al contrabbasso, da Roberto Marino al pianoforte e da Salvatore Zambataro alla fisarmonica e clarinetto – legge sulle note di Ennio Morricone, in un’incisione del 1970 realizzata per Roma Capitale “Meditazione orale”, il suo personale inno alle glorie passate e presente della Città Eterna.
Dopo quest’inizio fantasmatico, ecco allora che Siano e Cerami cominciano a cantare queste strane, disarticolate, illuminanti canzoni “scritte per il cinema, canzonette scritte tanto per divertirsi, poesie messe in musica”. L’attore salernitano eccede, soprattutto nei due primi pezzi, in alcuni atteggiamenti teatrali piegando il suo bel canto ad alcuni artifici – l’enfasi dell’articolazione, gli occhi rivolti al cielo quando si parla di “sbiadite stelle” – salvo riprendersi paradossalmente proprio nel pezzo più famoso della raccolta, quel “Che cosa sono le nuvole?”, cantato da Domenico Modugno per l’omonimo corto di Pasolini e che rappresenta uno dei testi più struggenti dell’intera produzione poetica dell’artista ammazzato a soli 53 anni. Quando Siano imbraccia la chitarra e canta con trasporto la celebre strofa “Il derubato che sorride/ ruba qualcosa al ladro/ ma il derubato che piange/ ruba qualcosa a se stesso/ perciò io vi dico/ finché sorriderò/ tu non sarai perduta”, allora il nostro occhio lacrima per la millesima volta nonostante “queste son parole”. Aisha Cerami dal canto suo mantiene un’invidiabile ed eccezionale altezza canora fornendo con la sua straordinaria bellezza il controcanto fisico (che ardiamo immaginare tanto sarebbe piaciuto al Pasolini cantore della più iconica tra tutte, Marylin Monroe, in “Marylin” opportunamente in scaletta nello spettacolo) alle tante ragazze di strada raccontate dallo scrittore, dal “Valzer della toppa” al “Tango de li sette veli”. Così “Le canzoni di Pasolini” nel suo romanesco un po’ posticcio – perdoniamo anche questo anche a Cerami – riesce nel suo intento: far rimpiangere ancora un volta l’acutezza dell’osservatore mirabilmente straniero ed indigeno dell’uomo che fa dire a una delle sue tante donne: “Me so’ fatta un quartino | m’ha dato alla testa, | ammazza che toppa!… An vedi le foce! | An vedi la luna! | An vedi le case!… Me so’ presa la toppa | e mò so’ felice!”.

