Recensione: Fare teatro non significa fare la recita. Le valenze pedagogiche del teatro, di Helga Dentale
Titolo: Fare teatro non significa fare la recita. Le valenze pedagogiche del teatro
Autore: Helga Dentale
Editore: Lindau
Pagine: 191
Anno di pubblicazione: 2022
Prezzo copertina: 16,00 €
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Recensione a cura di Luigi Pizzi
Fare teatro non significa fare la recita è un saggio pedagogico intenso e appassionato, nel quale Helga Dentale mette in discussione una delle convinzioni più radicate della scuola italiana: l'idea che il teatro coincida con la recita di fine anno. Con uno stile diretto, coinvolgente e profondamente autobiografico, l'autrice accompagna il lettore in un percorso che nasce dalla sua esperienza di attrice e formatrice per approdare a una concezione del teatro come autentico ambiente educativo. Il volume non è un semplice manuale di attività teatrali, ma una riflessione sul significato pedagogico dell'esperienza teatrale, sul ruolo dell'insegnante e, soprattutto, sul diritto del bambino a esprimersi senza il peso del giudizio. Il cuore del libro è racchiuso già nel titolo: Fare teatro non significa fare la recita. Per Dentale il teatro non deve essere il momento conclusivo di un percorso didattico, costruito per soddisfare le aspettative degli adulti, ma un processo educativo continuo nel quale il bambino possa sperimentare, immaginare, creare, sbagliare e crescere. Il teatro nasce dal gioco simbolico, da quel naturale "facciamo finta che..." che accompagna l'infanzia e che permette ai bambini di esplorare il mondo, assumere ruoli diversi e dare forma alle proprie emozioni. Da questo punto di vista il libro dialoga costantemente con autori come Piaget, Vygotskij, Goffman, Mortari, Freud, Capra e Zavalloni, richiamati non come semplici riferimenti teorici, ma come strumenti per comprendere il valore educativo del linguaggio teatrale. Uno degli aspetti più interessanti dell'opera riguarda la distinzione fra educare con il teatro ed educare al teatro. Dentale sostiene che nella scuola primaria il teatro non dovrebbe avere come obiettivo principale la formazione di piccoli attori o la realizzazione di uno spettacolo perfetto, bensì la crescita della persona. Per questo motivo l'autrice invita gli insegnanti a liberarsi dalla ricerca della prestazione, dell'effetto scenico e della recitazione "corretta", privilegiando invece il percorso creativo, la costruzione dei personaggi, il lavoro corporeo, il movimento, l'improvvisazione, la relazione con gli altri e la scoperta delle proprie possibilità espressive. Il bambino viene continuamente considerato protagonista attivo del proprio apprendimento, mai semplice esecutore delle indicazioni dell'adulto. Grande spazio è dedicato anche al ruolo dell'insegnante. L'autrice rifiuta una conduzione autoritaria e trasmissiva del laboratorio teatrale e propone invece una figura educativa capace di osservare, ascoltare, accogliere e accompagnare. Il docente non distribuisce semplicemente battute da imparare a memoria, ma costruisce contesti nei quali ogni bambino possa sentirsi libero di sperimentare. È particolarmente significativa la riflessione sul giudizio: secondo Dentale, il giudizio rappresenta uno degli ostacoli più grandi allo sviluppo della creatività perché alimenta ansia, paura dell'errore e desiderio di compiacere gli adulti. Al contrario, il laboratorio teatrale dovrebbe essere uno spazio protetto nel quale sbagliare diventa parte integrante del processo di apprendimento. Nelle pagine finali del volume questo concetto emerge con particolare forza attraverso l'immagine del "barattolo dei giudizi", una metafora efficace che sintetizza il messaggio educativo dell'intero libro.
Helga Dentale è docente per la formazione e ideatrice del Metodo Teatro in Gioco®. Esperta di pedagogia teatrale e linguaggi espressivi, che utilizza per educare alle emozioni, all'ascolto, all'inclusione, conduce seminari e corsi di formazione a Roma e in altre città. È autrice di libri di pedagogia teatrale e di articoli pubblicati in riviste scientifiche e in diversi blog. Coordina la Rete Teatro in Gioco® formata da insegnanti, educatori, operatori teatrali per bambini.
Autore: Helga Dentale
Editore: Lindau
Pagine: 191
Anno di pubblicazione: 2022
Prezzo copertina: 16,00 €
Recensione a cura di Luigi Pizzi
Fare teatro non significa fare la recita è un saggio pedagogico intenso e appassionato, nel quale Helga Dentale mette in discussione una delle convinzioni più radicate della scuola italiana: l'idea che il teatro coincida con la recita di fine anno. Con uno stile diretto, coinvolgente e profondamente autobiografico, l'autrice accompagna il lettore in un percorso che nasce dalla sua esperienza di attrice e formatrice per approdare a una concezione del teatro come autentico ambiente educativo. Il volume non è un semplice manuale di attività teatrali, ma una riflessione sul significato pedagogico dell'esperienza teatrale, sul ruolo dell'insegnante e, soprattutto, sul diritto del bambino a esprimersi senza il peso del giudizio. Il cuore del libro è racchiuso già nel titolo: Fare teatro non significa fare la recita. Per Dentale il teatro non deve essere il momento conclusivo di un percorso didattico, costruito per soddisfare le aspettative degli adulti, ma un processo educativo continuo nel quale il bambino possa sperimentare, immaginare, creare, sbagliare e crescere. Il teatro nasce dal gioco simbolico, da quel naturale "facciamo finta che..." che accompagna l'infanzia e che permette ai bambini di esplorare il mondo, assumere ruoli diversi e dare forma alle proprie emozioni. Da questo punto di vista il libro dialoga costantemente con autori come Piaget, Vygotskij, Goffman, Mortari, Freud, Capra e Zavalloni, richiamati non come semplici riferimenti teorici, ma come strumenti per comprendere il valore educativo del linguaggio teatrale. Uno degli aspetti più interessanti dell'opera riguarda la distinzione fra educare con il teatro ed educare al teatro. Dentale sostiene che nella scuola primaria il teatro non dovrebbe avere come obiettivo principale la formazione di piccoli attori o la realizzazione di uno spettacolo perfetto, bensì la crescita della persona. Per questo motivo l'autrice invita gli insegnanti a liberarsi dalla ricerca della prestazione, dell'effetto scenico e della recitazione "corretta", privilegiando invece il percorso creativo, la costruzione dei personaggi, il lavoro corporeo, il movimento, l'improvvisazione, la relazione con gli altri e la scoperta delle proprie possibilità espressive. Il bambino viene continuamente considerato protagonista attivo del proprio apprendimento, mai semplice esecutore delle indicazioni dell'adulto. Grande spazio è dedicato anche al ruolo dell'insegnante. L'autrice rifiuta una conduzione autoritaria e trasmissiva del laboratorio teatrale e propone invece una figura educativa capace di osservare, ascoltare, accogliere e accompagnare. Il docente non distribuisce semplicemente battute da imparare a memoria, ma costruisce contesti nei quali ogni bambino possa sentirsi libero di sperimentare. È particolarmente significativa la riflessione sul giudizio: secondo Dentale, il giudizio rappresenta uno degli ostacoli più grandi allo sviluppo della creatività perché alimenta ansia, paura dell'errore e desiderio di compiacere gli adulti. Al contrario, il laboratorio teatrale dovrebbe essere uno spazio protetto nel quale sbagliare diventa parte integrante del processo di apprendimento. Nelle pagine finali del volume questo concetto emerge con particolare forza attraverso l'immagine del "barattolo dei giudizi", una metafora efficace che sintetizza il messaggio educativo dell'intero libro.
Accanto alla riflessione teorica, il volume propone numerosi esempi tratti dall'esperienza diretta dell'autrice: bambini che costruiscono personaggi partendo da semplici oggetti, gruppi che inventano scene collettive senza un copione prestabilito, laboratori nei quali tutti partecipano secondo le proprie possibilità e nei quali perfino il rifiuto iniziale di recitare viene accolto come una tappa naturale del percorso. Dentale racconta questi episodi con grande sincerità, mostrando anche i dubbi, gli errori e i cambiamenti maturati negli anni. È proprio questa dimensione autobiografica a rendere il libro particolarmente autentico: non troviamo un modello rigido da applicare, ma il racconto di una ricerca educativa in continua evoluzione. Lo stile dell'autrice rappresenta uno dei maggiori punti di forza del volume. La scrittura è semplice, colloquiale e fortemente narrativa. Ogni concetto teorico nasce da un episodio concreto, da un laboratorio, da una domanda posta da un bambino o da una riflessione personale. Questo rende la lettura estremamente scorrevole, pur affrontando temi pedagogici di notevole profondità. Il libro alterna continuamente teoria ed esperienza, citazioni scientifiche e racconti di vita vissuta, mantenendo sempre al centro il bambino e il suo bisogno di esprimersi. Non è un testo accademico nel senso tradizionale del termine, ma proprio questa scelta stilistica gli permette di parlare con efficacia sia agli insegnanti sia agli educatori. Fare teatro non significa fare la recita è, in definitiva, molto più di un libro sul teatro scolastico. È una riflessione sull'educazione, sul valore dell'immaginazione e sulla responsabilità degli adulti nel creare contesti nei quali ogni bambino possa sentirsi accolto e riconosciuto. Dentale invita a sostituire la logica della prestazione con quella dell'esperienza, il copione con la creatività, la paura del giudizio con il piacere della scoperta. Ne emerge una visione del teatro come spazio di relazione, di crescita emotiva e di costruzione dell'identità, capace di trasformare la scuola in un luogo dove imparare significa prima di tutto sperimentare, condividere e dare voce alla propria unicità. Per chi si occupa di teatro educativo, e in particolare di scuola primaria, è una lettura preziosa, capace non solo di offrire strumenti operativi, ma soprattutto di cambiare lo sguardo con cui si entra in un laboratorio teatrale.

