Recensione a cura di Mario Turco
In un’epoca che per paura del pensiero debole si è trincerato nella finta fortezza della propria posizione democratica, ecco che “Bocche inutili”, di Claudio Uberti in uscita in 40 sale italiane come evento speciale dal 25 al 29 Aprile grazie alla distribuzione di Galassia Cinema è il paradigma dell’impegno filmico conchiuso in sé stesso. Irremovibile nella e dalla sua santità laica, il secondo lungometraggio del regista e sceneggiatore emiliano racconta la storia di Ester, una donna ebrea italiana di 40 anni che durante un rastrellamento nazista viene prima deportata nel campo di Fossoli, frazione di Carpi, e poi in quello se possibile ancora più brutale di Ravensbrück, il più grande campo di concentramento femminile situato a circa 80 chilometri da Berlino. “Bocche inutili”, come si può già intuire dalla breve sinossi, si concentra quasi esclusivamente sulla volontà civile di ergersi a monito audiovisuale su due tragedie semi-dimenticate dalla storiografia ufficiale: la barbarica correità italiana nella persecuzione contro la numerosa minoranza ebraica e la pervicace ferocia nazista contro le donne, private anche della loro maternità. La protagonista Ester, interpretata da una convinta ma ahinoi non convincente Marguerite Sikabonyi, durante infatti il secondo internamento scoprirà con terrore la propria gravidanza, esperendo con raddoppiata angoscia la tensione per una vita che i crudeli soldati tedeschi minacciano di portarle via ad ogni momento. Uberti prepara lo spettatore a questo dramma personale facendolo nella prima parte empatizzare con la figura della donna che già durante la prigionia italiana si era distinta per coraggio e fervore. L’amicizia con la matura Ada (Lorenza Indovina) che da subito la prende sotto la sua ala protettrice facendole spedire delle lettere alla famiglia lontana, le fa prendere consapevolezza della necessità di non doversi abbrutire di fronte ai farneticanti comandi degli imberbi repubblichini di Salò e di dover lottare per quelle che sembrano irrisorie conquiste ma che servono a salvare la sua dignità di donna ed ebrea.
E qui “Bocche inutili” palesa il suo principale difetto di scrittura: Ester e tutte le compagne della baracca s’esprimono con una letterarietà stridente non solo diegeticamente ma anche cinematograficamente. I discorsi sull’immoralità dei soprusi, la necessità di conservare la fede anche e soprattutto di fronte alla violenza, la condanna del tradimento interno – anche questa sottostoria è purtroppo minata dallo sguardo pedagogico – hanno il sapore e perfino la forma grammaticale (in un campo di concentramento!) di un saggio storiografico fatto ex-post. Così i gerarchi nazisti non solo non hanno nessun sentimento umano che non sia la cieca adesione ai valori deliranti della loro ideologia – e questa scelta autoriale sarebbe potuta essere condivisibile – ma non riescono ad assolvere nemmeno la loro funzione narrativa antagonista dato che Uberti li mantiene sempre sullo sfondo non caratterizzandone nessuno. “Bocche inutili” è così un’opera che, come si diceva per la critica engagè di qualche anno fa, inizia e finisce col suo messaggio politico. Nell’infotainment di questi ultimi due mesi abbiamo bisogno di qualcosa di più approfondito per dare specificità culturale alla nostra guerra di liberazione, piuttosto che il dramma isolato della povera Ester.

