Recensione a cura di Mario Turco
Il regista del fortunato “Sulla mia pelle”, che raccontava l’omicidio preterintenzionale di Stefano Cucchi da parte dei carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, torna dopo il misconosciuto esordio “Border” con questo suo terzo film nella martoriata Siria per raccontare la storia di finzione – ma con molti agganci alla recente attualità, ci torneremo – del rapimento della giornalista Sara Canova (una credibilissima Jasmine Trinca che sembra un incrocio tra le due reporter di guerra italiane più famose, Nancy Porsia e Francesca Mannocchi) da parte dei jihadisti di Daesh. Dopo l’interrogatorio da parte del crudele leader (Ziad Bakri, chiamato ad incattivirsi ma che resta comunque fin troppo preciso attorialmente nel suo eloquio) ed una prima fase della prigionia in un edificio industriale in rovina, i fanatici islamici spostano la giovane inviata in un altro posto perché è contro le regole del Corano che una donna resti per tanto tempo in mezzo agli uomini. Il carcere di Sara diventerà allora una più comoda casa di un avamposto sperduto nel deserto, in attesa che lo Stato Islamico cerchi di capire se ella sia in realtà una spia al soldo degli odiati servizi di intelligence occidentali. Sotto la rigida osservanza di Nur (la bravissima italo-iraniana Isabella Nefar), la giornalista italiana passerà i centocinquanta giorni della sua prigionia come un personalissimo deserto dei tartari, nel timore di un nemico pronto ad ucciderla o cooptarla in egual misura. “Profeti” fa dell’incontro/scontro tra le due donne protagoniste il cuneo per cercare di presentare in una maniera più “laica” possibile la guerra tra due civiltà destinate ancora per lungo tempo a guardarsi in cagnesco. Sara e Nur sono due campioni perfetti dei due mondi: la prima è una donna che ha rinunciato ai figli per affermarsi in una professione prettamente maschile, la seconda appena due anni prima ha ripudiato la sua vita londinese per abbracciare con fervore l’ideologia dell’Isis. Ma la precisa volontà del regista di non schierarsi politicamente e lasciare che ad interagire siano i fatti nudi e crudi – le torture, la violenza ed il terribile omicidio del cameraman compiuti a sangue freddissimo dai combattenti velati di nero – e soprattutto le rispettive morali individuali e collettive lascia il lungometraggio in una sorta di limbo che ha poco a che fare col precedente coraggio civile de “Sulla mia pelle”.
Ecco allora che il cinema di Cremonini qui palesa in una maniera troppo netta i precedenti difetti su cui il coraggio della terribile storia di Cucchi permetteva di soprassedere. Nella prima parte di “Profeti”, ad esempio, ad una certa estetica della rovina (inquadrature su calcinacci e mura sbrecciate, occhio geometrico, MdP semi-documentaristica) viene contrapposta una parte finzionale con un retrogusto troppo marcato di affettazione. Sia il leader della cellula di Daesh che Nur infatti non solo parlano in maniera occidentale – e se nel caso della ragazza questo è giustificato diegeticamente, per il capo carismatico questo non lo è affatto – ma hanno pause, sguardi ed inflessioni da cinema festivaliero europeo. Il rivendicato sguardo terzo su una vicenda così marcatamente sbilanciata dal punto di vista della colpa compromette in più punti la riflessione dello spettatore perché, in maniera quasi oppositiva, egli viene sì sollecitato con molto coraggio ad empatizzare con carnefici che agiscono dopo secoli di oppressione ma allo stesso tempo lo si rassicura mostrandogli che l’abiura religiosa e culturale avviene soltanto dopo costrizione. E nella scelta del pre-finale di Sara ecco che gli inevitabili collegamenti con la vicenda di Silvia Aisha Romano, la cooperante italiana che durante la sua prigionia si convertì all’Islam, non possono che avere il sapore dell’eterno flusso di ritorno di un eurocentrismo molto più pericoloso quando interiorizzato nonostante la sincera opposizione che, crediamo, provi lo stesso Cremonini.

