Recensione a cura di Mario Turco
La pièce firmata dal regista campano infatti propone fedelmente il testo di Christie che dal 1953, anno della sua prima su un palcoscenico inglese, è stato salutato come il più perfetto “legal thriller” di tutti i tempi. Il giovane ed ingenuo Leonard Vole (il bravo Giulio Corso, credibile sia nella prima parte che – nel dubbio, indichiamo che è uno spoiler! – nel finale), insieme all’avvocato Mayhew, si reca da Sir Wilfrid Robarts chiedendogli di assumere la sua difesa legale per l’accusa d’omicidio che gli pende sopra la testa. Proprio durante l’esposizione del caso, la polizia però irrompe nella casa del baronetto forense arrestando il povero questuante, fortemente sospettato di aver ucciso la cinquantottenne “signorina” Emily French, con la quale intratteneva una relazione d’amicizia alquanto equivoca. Gli indizi a suo sfavore sono infatti molti e dato che, eternamente pecunia olet, il testamento della ricca assassinata lo vede come suo principale beneficiario, il processo che segue si preannuncia come una condanna quasi sicura. Soltanto la testimonianza della moglie di Vole, l’austriaca Roamine Heilger (interpretata da una Vanessa Gravina glaciale ed allo stesso tempo un po’ affettata) può salvarlo dalla pena capitale ma proprio quando si trova di fronte la giuria la donna incredibilmente ripudia il marito non avallando il suo alibi. “Testimone d’accusa” sceglie da subito di stringere in un abbraccio appassionato il bel plot narrativo riproponendo quasi in scala 1:1 sia i personaggi che la verbosa struttura dell’originale. Così facendo la fruibilità dello spettacolo viene però circoscritta soltanto agli estimatori giallistici da salotto che apprezzano il genere soltanto in funzione escapista.
Come se fosse un ninnolo d’altri tempi, grazioso dal punto di vista ornamentale ma senza funzione pratica per il presente, la piéce si compiace purtroppo eccessivamente della perfezione del suo meccanismo giudiziario concentrandosi su di esso in una maniera che non lascia spazio a nessuna frattura critica ulteriore. Ecco allora che tutti i limiti di scrittura di un dibattimento giudiziario per larga parte semplicistico (dichiarazione del testimone-domanda della pubblica accusa-replica della difesa) vengono acuiti dalla solita vacuità socio/politica dei personaggi di Christie. Gli scambi dialogici tra Robarts e Mayhew sulle ossessioni domestiche delle loro rispettive consorti e la figura di Greta, segretaria svampita e naturalmente avvenente, sono rimasugli di caratterizzazione che in questo 2023 funzionano poco se non adeguatamente contestualizzati. Al netto di queste critiche, “Testimone d’accusa” rimane un validissimo prodotto della stagione del Teatro Quirino, improntata come sempre sul meritorio recupero dei classici, e che avvalendosi dell’imponente scenografia di Roberto Crea – il tribunale dalle architetture gotiche – è comunque in grado di sovrastare lo spettatore che, bontà sua, fosse arrivato in poltrona senza conoscere l’identità dell’assassino. A quei fortunati l’augurio di una suspence che non faccia prigionieri perché, come diceva il più famoso personaggio creato dalla regina del giallo, “È bene sospettare di tutti, finché non si riesce a dimostrare che sono innocenti”.

