La recensione dello spettacolo "Testimone d'accusa", al Teatro Quirino fino al 29 gennaio

Recensione a cura di Mario Turco

All’interno del Grand Tour che un medio spettatore transmediale dei nostri tempi è chiamato ad intraprendere nel ricco mondo culturale (occidentale) una delle tappe obbligate è sicuramente una qualche trasposizione di Agatha Christie. Di fronte ad una scrittura sicuramente brillante ma sostanzialmente refrattaria agli intorbidamenti d’autore, le opere della regina del giallo sono state finora sottoposte a trattamenti oppositivi: o vengono riproposte mantenendo inalterati contesto e socialità o vengono modernizzate attraverso un decoupage che lascia comunque intatto l’ingegnosità dell’intreccio originale. Come se non fossero in grado di instaurare un dialogo reale con la nostra epoca, i suoi gialli in entrambi i casi rimangono materia ludica per meningi arrugginite che, benché salutati da un robusto successo di pubblico, non riescono a compiere quel salto verso l’alta cultura che invece è riuscito ad altri suoi colleghi. In “Testimone d’accusa”, adattamento firmato da Geppy Gleijeses ed in scena al Teatro Quirino di Roma fino al 29 Gennaio grazie a Gitiesse Artisti Riuniti e Teatro Stabile del Veneto, questa sorta di benedizione/maledizione si perpetua esemplificarmente lasciando, se ci si consente il facile paradosso, con un senso di piacevole acredine. 


La pièce firmata dal regista campano infatti propone fedelmente il testo di Christie che dal 1953, anno della sua prima su un palcoscenico inglese, è stato salutato come il più perfetto “legal thriller” di tutti i tempi. Il giovane ed ingenuo Leonard Vole (il bravo Giulio Corso, credibile sia nella prima parte che – nel dubbio, indichiamo che è uno spoiler! – nel finale), insieme all’avvocato Mayhew, si reca da Sir Wilfrid Robarts chiedendogli di assumere la sua difesa legale per l’accusa d’omicidio che gli pende sopra la testa. Proprio durante l’esposizione del caso, la polizia però irrompe nella casa del baronetto forense arrestando il povero questuante, fortemente sospettato di aver ucciso la cinquantottenne “signorina” Emily French, con la quale intratteneva una relazione d’amicizia alquanto equivoca. Gli indizi a suo sfavore sono infatti molti e dato che, eternamente pecunia olet, il testamento della ricca assassinata lo vede come suo principale beneficiario, il processo che segue si preannuncia come una condanna quasi sicura. Soltanto la testimonianza della moglie di Vole, l’austriaca Roamine Heilger (interpretata da una Vanessa Gravina glaciale ed allo stesso tempo un po’ affettata) può salvarlo dalla pena capitale ma proprio quando si trova di fronte la giuria la donna incredibilmente ripudia il marito non avallando il suo alibi. “Testimone d’accusa” sceglie da subito di stringere in un abbraccio appassionato il bel plot narrativo riproponendo quasi in scala 1:1 sia i personaggi che la verbosa struttura dell’originale. Così facendo la fruibilità dello spettacolo viene però circoscritta soltanto agli estimatori giallistici da salotto che apprezzano il genere soltanto in funzione escapista. 


Come se fosse un ninnolo d’altri tempi, grazioso dal punto di vista ornamentale ma senza funzione pratica per il presente, la piéce si compiace purtroppo eccessivamente della perfezione del suo meccanismo giudiziario concentrandosi su di esso in una maniera che non lascia spazio a nessuna frattura critica ulteriore. Ecco allora che tutti i limiti di scrittura di un dibattimento giudiziario per larga parte semplicistico (dichiarazione del testimone-domanda della pubblica accusa-replica della difesa) vengono acuiti dalla solita vacuità socio/politica dei personaggi di Christie. Gli scambi dialogici tra Robarts e Mayhew sulle ossessioni domestiche delle loro rispettive consorti e la figura di Greta, segretaria svampita e naturalmente avvenente, sono rimasugli di caratterizzazione che in questo 2023 funzionano poco se non adeguatamente contestualizzati. Al netto di queste critiche, “Testimone d’accusa” rimane un validissimo prodotto della stagione del Teatro Quirino, improntata come sempre sul meritorio recupero dei classici, e che avvalendosi dell’imponente scenografia di Roberto Crea – il tribunale dalle architetture gotiche – è comunque in grado di sovrastare lo spettatore che, bontà sua, fosse arrivato in poltrona senza conoscere l’identità dell’assassino. A quei fortunati l’augurio di una suspence che non faccia prigionieri perché, come diceva il più famoso personaggio creato dalla regina del giallo, “È bene sospettare di tutti, finché non si riesce a dimostrare che sono innocenti”.

POST PIU' POPOLARI DELL'ULTIMO MESE

Recensione: Fare teatro non significa fare la recita. Le valenze pedagogiche del teatro, di Helga Dentale

Il trailer di "Her Private Hell", di Nicolas Winding Refn al cinema dal 30 settembre distribuito da MUBI

Il trailer di "Fatherland" di Paweł Pawlikowski, presentato in Concorso al 79º Festival di Cannes uscirà nelle sale il 16 ottobre distribuito da MUBI

Recensione: Comprendere il testo scritto. Difficoltà e strategie di intervento, di Lucilla Musatti e Letizia Piredda

Il trailer de "Il Regno di Orisha", diretto da Gina Prince-Bythewood con Thuso Mbedu, Damson Idris, Amandla Stenberg, Tosin Cole. Prossimamente al cinema

Il trailer di "LORENZO – L’incredibile avventura di Jovanotti", al cinema dal 26 novembre al 2 dicembre

Recensione: La scuola va in scena. Guida operativa al musical scolastico, di Roberta Buonanno, Claudio Colapinto, Marco De Carolis, Davide Lomma

Il trailer di "Resident Evil", scritto e diretto da Zach Cregger con Austin Abrams, Zach Cherry, Kali Reis e Paul Walter Hauser. Dal 17 settembre al cinema

Il trailer di "Verity", diretto da Michael Showalter con Anne Hathaway, Dakota Johnson, Josh Hartnett, Ismael Cruz Cordova e Brady Wagner. Al cinema dal 1 ottobre