La recensione dello spettacolo "Processo Galileo", di Andrea De Rosa e Carmelo Rifici in scena al Teatro Vascello di Roma fino al 27 Gennaio
Recensione a cura di Mario Turco
Uno degli esempi più illuminanti di questa speculazione è rappresentato da "Processo Galileo", di Andrea De Rosa e Carmelo Rifici in scena al Teatro Vascello di Roma fino al 27 Gennaio. Scritto da Angela Demattè e Fabrizio Sinisi, questa produzione TPE – Teatro Piemonte Europa, LAC Lugano Arte e Cultura, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale in collaborazione con Associazione Santacristina è una folgorante ed inedita riflessione filosofica che, partendo proprio dal processo che ha segnato in maniera netta il divario tra scienza e chiesa cristiana, compie un volo speculativo sugli inesorabili limiti e le altrettanto abissali potenzialità che ha la razionalità del cosmo. "L'universo è scritto in lingua matematica" ricorda e rivendica infatti lo scienziato italiano (lo straordinario Luca Lazzareschi) già durante il primo dei tre movimenti in cui è suddivisa la pièce, quello che sembra voler procedere per tutta la sua durata in una mera riproposizione in 1:1 (tra l'altro ancora in grado di devastare per l'intollerabile coercizione dimostrata dal potere teologico/civile del Seicento) del processo. L'implacabile giustezza delle teorie di Galilei, che anche nel privato del colloquio col discepolo Benedetto Castelli (Giovanni Drago) e pur consapevole di non avere un "corpo fatto per il supplizio "non accetta di derubricarle "ex supposizione", viene però annientata dalla spietatezza delle accuse mosse dalla "signora vestita in rosso" (Milvia Marigliano, anche lei eccezionale nel doppio ruolo delle gerarca ecclesiastica e della madre). "Noi sappiamo che voi siete uno di quei cervelli stravaganti", lo bistratta infatti con saccenza la donna, che nell'elenco di eresie ascrittegli non manca di sottolineare la più perniciosa, quella cioè di aver equiparato l'intelligenza umana a quella divina. Dopo aver ricordato tra le altre tappe di questa cronaca, recitata coraggiosamente con stralci documentali, che lo scienziato fu denunziato al Santo Uffizio nel 1615 e costretto ad abiurare nel 1633, Processo Galileo compie una svolta narrativa imprevista e coraggiosa facendo sì che l'allora fin lì silente Angela (Catherine Bertoni de Laet, una sorpresa) prenda parola ed instauri un dialogo tra la sua condizione di scrittrice dell'oggi che deve elaborare il lutto della madre e la figura di colui che non volle diventare martire della scienza perché "il numero è sovrano, non io".
Ecco che lo spettacolo acquista un'intensità intellettiva ragguardevole facendo porre ai suoi personaggi in continuazione domande, dubbi, ansie e squarci - d'altronde fu Galilei "colui che ruppe il cielo" - etici che spaziano dal "come si tiene insieme cura e conoscenza?" alla spaventevole apocalisse ottimistica/nichilista aperta dall'atomica, dalla tenerissima madre che chiede fantasmaticamente alla figlia di "farle dire una messa che male non fa" agli eccidi compiuti ai danni dei luddisti di ogni epoca (altra sequenza notevolissima, con la performance fisica del giovane Isacco Venturini che rimane impressa). Avvalendosi di una scrittura che sembra scaturire genialmente dai diari di un fisico in odore di suicidio, Processo Galileo è inoltre sorretto da una regia ricchissima e sempre sul pezzo in grado di accompagnare con inventiva i momenti più forti (la declamazione di Galilei in ginocchio delle teorie fisiche più misteriose e perturbanti, l’elenco stellare della figlia Virginia, l’urlo di Angela “l’anima non esiste”). Uno spettacolo eccezionale, quindi, che come i veri capolavori merita di essere visto più volto per poter smarrirsi nell’apicale vastità di temi che solleva. Perché anche “se non c’è orrore più grande della luce piena” e piacere più caldo dell’ombra oscurantista della religione, l’uomo laico non può che continuare a chiedere “più luce, più luce, più luce...”.

