Recensione a cura di Mario Turco
Prendendo subito vita nell'iconico Prologo pronunciato da un leggio dalla Nutrice (Manuela Kustermann, in uno dei suoi ruoli recenti più intensi), l'inquieta giovane donna riesce a trasmutare credibilmente da un chiaro timbro maschile amplificato da un microfono del suo cinquantenne interprete che s'aggira furiosamente nella platea a quella notissima "piccola magra che è seduta là in fondo, e che non dice niente. Guarda dritto davanti a sé. Pensa. Pensa che tra poco sarà Antigone, che sorgerà improvvisamente dalla ragazza magra di carnagione scura, chiusa, che nessuno prendeva sul serio in famiglia e si ergerà sola in faccia al mondo, sola in faccia a Creonte, suo zio, che è il re. Pensa che morirà, che è giovane e che anche a lei sarebbe piaciuto vivere". Nella beckettiana scenografia curata da Gregorio Zurla non vi sono sfondi classici come templi e palazzi ma essa è impressionisticamente colma di tv, pensiline di bus e un telefono a gettone a cui è demandato lo svolgimento tensivo di alcuni climax. In questo lunare contesto Antigone esce all’alba, o meglio, alle quattro di notte quando l'idea del sole è ancora lontana perfino dal divenire, a seppellire il fratello Polinice, lasciato a marcire senza sepoltura dallo zio Creonte (Francesca Mazza, che giova ancor più di Latini del gender swap del suo personaggio dando un'emozionalità travolgente ai monologhi sul Potere e all'impossibile tentativo finale di salvare la promessa sposa del figlio).
Dal punto di vista della scrittura, è proprio attraverso questo ribaltamento prospettico che l'Antigone di Latini riesce a rendere manifesta la vicinanza tra i due protagonisti operata da Jean Anouilh nella sua riscrittura della tragedia sofoclea, come confermato dalle note di regia dello stesso regista: "Antigone e Creonte, come di fronte a uno specchio: chi è Antigone è il riflesso di Creonte e chi è Creonte è il riflesso di Antigone". L’utilizzo di maschere con occhi pittati di nero rende ancora più manifesto il simbolismo che permea lo spettacolo: tutti i personaggi sanno di essere funzioni di un mito che cerca di parlare con le odierne sensibilità ("L’umano vi fa sentire a disagio, in famiglia. Vi ci vuole un corpo a corpo col destino e la morte") ma che vive con immutato dolore la propria necessità alla ribellione. Perché come dice Ismene (Silvia Battaglio che si muove come una marionetta o un pupo siciliano rendendo manifesta la sua natura di burattino nelle mani della famiglia) alla sorella Antigone: "Sfidi sempre tutto, ma sei piccola". Nella prima parte di Antigone Roberto Latini si prende il rischio di sovraccaricare la pièce con effetti alla Eugenio Barba ma ha l’accortezza di avvolgerla nelle musiche e i suoni ipnotici di Gianluca Misiti, chiamati quasi a tamponare la ricerca visiva e riportare il tutto nell’alveo della classicità. Questa scelta si rivelerà vincente nella seconda sezione dell’opera, quando la figlia di Edipo rivendicherà per sé il ruolo di vittima sacrificale, accentrando sulla sua magra figura le idiosincrasie di una vita per lei sempre luttuosa. E allora si può essere d’accordo con la selva di tv che, situate in fila ordinata sul proscenio del palco avvertono la sua protagonista e lo spettatore che “Tutte le scelte che NON hai fatto ti hanno portato adesso qui”.

