Recensione: Insegnare con l'intelligenza artificiale, di Loredana Perla e Adriano Fabris

Titolo:
Insegnare con l'intelligenza artificiale
Autore: Loredana Perla, Adriano Fabris
Editore: Scholé
Pagine: 320
Anno di pubblicazione: 2025
Prezzo copertina: 12,90 €

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Recensione a cura di Luigi Pizzi

In un tempo in cui l’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia ma una presenza quotidiana che modella linguaggi, comportamenti e decisioni, Insegnare con l’intelligenza artificiale arriva come un testo necessario. Loredana Perla, pedagogista, e Adriano Fabris, filosofo morale, intrecciano due prospettive complementari: l’attenzione educativa al processo di formazione e la riflessione etica sul senso del conoscere e dell’agire nell’epoca degli algoritmi. Sin dalle prime pagine, la Premessa dichiara l’intento di fondo: non descrivere semplicemente l’IA come strumento, ma indagarne le implicazioni antropologiche e pedagogiche. Gli autori propongono un doppio movimento: comprendere i mutamenti che le tecnologie digitali producono nella mente e nei comportamenti umani, e al tempo stesso offrire criteri e strumenti per “governare” questi mutamenti, affinché l’educazione non ne sia travolta ma li orienti. Non si tratta di una battaglia contro le macchine, ma di un esercizio di responsabilità verso la formazione dell’uomo in un ecosistema tecnologico che cambia la definizione stessa di sapere.


Il libro è articolato in più sezioni, con un percorso che parte dall’analisi dello scenario contemporaneo e approda a questioni di metodo e di etica professionale. Nei primi capitoli, Fabris affronta i nuovi equilibri che l’IA impone tra mente, corpo e apprendimento. Le tecnologie non solo ampliano le possibilità di accesso alle informazioni, ma modificano la qualità stessa dell’esperienza cognitiva: tempi, attenzione, percezione del limite. L’IA diventa così una sfida non tanto epistemologica quanto antropologica. Nelle pagine successive, Perla traduce questa riflessione in chiave pedagogica. L’insegnamento – sostiene – è oggi chiamato a ridefinirsi come pratica relazionale mediata dalla tecnica. L’IA può essere un alleato potente nel personalizzare percorsi, nel sostenere l’inclusione e nel liberare tempo didattico; ma se non è accompagnata da consapevolezza etica e da una visione culturale, rischia di ridurre la scuola a una catena di automatismi valutativi. In questo senso, “insegnare con l’intelligenza artificiale” non significa affidarsi a un assistente digitale, ma costruire un nuovo patto educativo in cui la macchina amplifica – e non sostituisce – la responsabilità umana. Uno dei meriti del volume è l’equilibrio fra rigore teorico e concretezza operativa. Gli autori non cadono nel mito dell’innovazione acritica, ma nemmeno nell’allarmismo tecnofobico. Ogni concetto – dalla nozione di “competenza aumentata” all’idea di “etica algoritmica diffusa” – è accompagnato da esempi pratici che mostrano come l’IA stia già incidendo sui processi educativi: dalla correzione automatizzata alla produzione di contenuti, dall’uso di chatbot in classe alla gestione personalizzata dei tempi di apprendimento. Dietro questi esempi c’è una domanda centrale: che cosa resta umano nell’educazione mediata dall’intelligenza artificiale? Perla e Fabris rispondono con lucidità: resta la relazione, l’empatia, la capacità di interpretare il contesto. Resta, in altre parole, la dimensione etica del gesto educativo, che nessun algoritmo può replicare. È in questo nodo che si misura la sfida della scuola contemporanea: usare la tecnologia senza delegarle la funzione di educare.

Lo stile del libro è chiaro e accessibile, ma non rinuncia alla profondità. Si percepisce la volontà di costruire un dialogo tra discipline – filosofia, pedagogia, tecnologia – che non si limitano a convivere, ma si illuminano a vicenda. L’interdisciplinarità qui non è un’etichetta, ma una necessità: solo dalla collaborazione tra competenze diverse può nascere un uso realmente formativo dell’IA. La scrittura alterna passaggi teorici a sezioni argomentative più agili, destinate a docenti, formatori e studenti che desiderano orientarsi in questo nuovo orizzonte educativo. Pur nella sua chiarezza, il testo non semplifica i dilemmi: invita a pensare, a problematizzare. I rischi di una delega eccessiva alle macchine – la perdita di autonomia, il bias algoritmico, la sorveglianza dei dati – vengono trattati non come incidenti di percorso, ma come parti integranti del discorso educativo. “Educare con l’intelligenza artificiale”, dicono gli autori, significa anche educare all’intelligenza artificiale: insegnare a riconoscere i suoi limiti, le sue implicazioni morali, la sua presenza invisibile nella vita quotidiana. Il libro si distingue anche per il suo respiro civile. Dietro la riflessione accademica emerge una preoccupazione più ampia: la costruzione di una cittadinanza digitale consapevole. In un’epoca di polarizzazioni e fake news, la scuola non può limitarsi a trasmettere conoscenze; deve diventare laboratorio critico in cui imparare a discernere, a interpretare, a scegliere. In questo senso, l’IA è una lente che costringe a ridefinire l’essenza stessa dell’educazione come atto di libertà. Il volume si conclude con un appello implicito ma forte: non cedere alla passività. La tecnologia può semplificare, ma la semplificazione non educa. Ciò che forma è la complessità, la domanda, il confronto tra punti di vista. Perla e Fabris invitano dunque a trasformare la paura dell’IA in occasione di crescita, riportando l’attenzione sul ruolo umano di chi insegna. La sfida non è sostituire il docente, ma formarlo a essere regista di un ambiente di apprendimento nuovo, fluido, intelligente. In definitiva, Insegnare con l’intelligenza artificiale non è un manuale tecnico né un saggio puramente teorico: è un ponte tra il pensiero e la prassi, tra l’etica e la didattica. È un libro che parla ai docenti, ma anche ai genitori, agli studenti e a chiunque si interroghi sul futuro del sapere in una società sempre più automatizzata.

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