La recensione di "Gli ultimi giorni del Paradiso", di João Nuno Pinto in sala dal 16 aprile distribuito da Trent Film
Recensione a cura di Mario Turco
Gli ultimi giorni del Paradiso è l'ambizioso tentativo di contestualizzare l'eterna riflessione sulla crisi di una famiglia borghese all'interno di un quadro ambientale altrettanto funestato da per certi versi simili faglie di spaccatura. Così come la spersonalizzazione dei rapporti tra i tre fratelli non è dovuta al singolo evento luttuoso (l'evidente mancata catarsi della morte dei genitori) ma all'accumulo di incomprensioni che la vendita della casa porta solo a ebollizione, anche la desertificazione di quello splendido angolo del Portogallo ("ormai sembra di stare in Marocco qui" dirà uno degli indigeni) è il processo di un'erosione naturale che dura da secoli. La scelta di illanguidire personaggi e sfondi - la bellezza selvaggia di quei posti paradossalmente risalta ancora di più nello striminzito formato 4:3 utilizzato - risulta funzionale a questa doppia analisi perché ad essere asfissianti sono sia l'aria che gli animi degli esuli di una comunità lasciata agli appetiti voraci della speculazione. La minaccia del fuoco incombente è difatti il controcanto della non più nascondibile bassezza morale dei tre fratelli: mentre il cielo si tinge di un rosso sempre più cupo e di un grigio cenere sempre più biblico, la sorella scrittrice si angustia per le crepe nelle forchette e per la qualità scadente del liquore. Ma João Nuno Pinto è molto bravo a non lasciarsi andare a derive di cinica superiorità alla Östlund e alla Lanthimos, tanto per citare due autori che inspiegabilmente piacciono ai festival e ai cinefili nonostante la supponenza del loro sguardo, suddividendo la storia in tre parti che adottano ogni volta il punto di vista di un personaggio femminile. La grande cura formale delle inquadrature e dei movimenti di macchina contribuiscono a rendere più plumbea questa tragedia che, seppur più volte annunciata, non ha nemmeno il coraggio di realizzarsi fino in fondo. Ecco che il finale sospeso in cui non viene narrato ciò che avverrà alla villa e ai suoi (ex?) abitanti può essere accomunato all’apocalisse a pezzi che stiamo vivendo: i nostri affetti e le nostre vite non saranno travolti dalle fiamme del castigo ma si spegneranno senza drammi nella leopardiana indifferenza della natura.





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