Recensione: Playlist per quando torni, di Beatrice Dorigo

Titolo:
Playlist per quando torni
Autore: Beatrice Dorigo
Editore: EDT-Giralangolo
Pagine: 192
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo copertina: 14,90 €

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Recensione a cura di Luigi Pizzi

Liza ha diciannove anni e vive in un posto che fuori stagione sembra sospeso. Le strade si svuotano, le case restano chiuse, il mare continua a esserci ma senza più la promessa dell’estate. È un paesaggio che somiglia molto a lei: fermo in apparenza, ma attraversato da qualcosa che non si riesce a tenere a bada. La sua vita è fatta di equilibri precari: una madre che c’è ma allo stesso tempo manca, chiusa in un dolore che occupa tutto lo spazio; un padre lontano, quasi un’idea più che una presenza; e poi Milo, che arriva come una tregua. Non una soluzione, ma qualcosa che somiglia a un respiro. Insieme inventano un gioco che è molto più di un gioco. Entrano in case vuote, abitano per qualche ora vite che non sono le loro, si muovono tra oggetti che raccontano altre storie. È un modo per uscire da sé stessi, per provare a immaginare una realtà diversa, forse più semplice. E anche per stare insieme senza doversi spiegare troppo. Ma certe cose non si possono evitare per sempre. Quando la madre scompare, Liza si ritrova davanti a qualcosa che non può più ignorare. Non è solo la paura, è il vuoto che si allarga, è la sensazione di essere improvvisamente sola dentro una vita che già faceva fatica a tenere insieme. E in quel momento tutto cambia: i pensieri, le scelte, anche il modo di guardare Milo. Perché Milo è dolce, presente, affidabile. È il tipo di persona che resta. Ma proprio per questo diventa anche uno specchio scomodo: quanto puoi appoggiarti a qualcuno prima di smettere di reggerti da sola? E soprattutto, è amore o è bisogno? Liza non ha risposte facili. Non è un personaggio “comodo”: a volte è brusca, altre si chiude, altre ancora sembra vedere tutto con una lucidità che fa male. Ma è proprio questo a renderla vera. Non cerca di piacere, cerca di capire. E non sempre ci riesce.

La scrittura segue questo andamento irregolare. È diretta, istintiva, a tratti quasi ruvida. Non costruisce frasi per impressionare, ma per arrivare dritta dove serve. Ci sono passaggi che sembrano pensieri detti ad alta voce, senza filtro. Ed è lì che il romanzo trova la sua forza. Dentro ci sono temi importanti — la salute mentale, la solitudine, le relazioni complicate — ma non vengono mai “spiegati”. Si vivono. Nei silenzi, nei gesti mancati, nelle cose che restano sospese. Quello che rimane alla fine non è una conclusione netta, ma una sensazione di realtà. Di qualcosa che continua anche dopo l’ultima pagina. Liza non diventa improvvisamente diversa, non risolve tutto. Però cambia il modo in cui guarda quello che le succede. E forse, per la prima volta, smette di scappare davvero. Playlist per quando torni è una storia fatta di mancanze, ma anche di piccoli spiragli. Di legami che aiutano, ma non salvano da soli. E soprattutto della fatica — inevitabile — di imparare a stare dentro sé stessi, anche quando sarebbe più semplice andare altrove.

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