Recensione: In disparte, in silenzio, di Piero Meldini

Titolo:
 In disparte, in silenzio
Autore: Piero Meldini
Editore: Vallardi
Pagine: 144
Anno di pubblicazione: 2025
Prezzo copertina: 16,00 €

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Recensione a cura di Mario Turco

Uno dei fatti più straordinari della letteratura è la magica serendipità che consente di scovare grandissimi pezzi di narrativa mentre, magari, si cercava soltanto un buon scrittore o un racconto dalla cifra stilisticamente unica. Sulla primogenitura del primo concetto evocato rispetto al secondo o al terzo basti la citazione che tra poco scriveremo perché per adesso ci limitiamo a dire che "In disparte, in silenzio", di Piero Meldini pubblicato da Vallecchi editore, per gran parte dei sedici racconti che lo compongono è stato davvero uno di quei rara avis di cui fin troppo spesso la critica letteraria scrive. 


L'ultimo libro dello scrittore riminese è, infatti, per dirla con le parole della quarta di copertina "una galleria di storie apparentemente eterogenee, ma legate - oltre che dalla scrittura - dalla comune tensione fra il quotidiano e l'insondabile: situazioni di partenza realistiche, spesso ordinarie, scivolano progressivamente nell'imprevedibile, nel misterioso, nell'inquietante". Questo scivolamento è, difatti, sempre compiuto con grazia sopraffina, indice di un talento coltivato in maniera quasi monacale, come si può evincere da questo stralcio di intervista su insula europea: "Scrivo dalle quattro alle sette ore al giorno, e il risultato, se sono particolarmente in vena, è una mezza cartella di testo. Sulla quale, in seguito, tornerò innumerevoli volte, e più per sottrarre che per aggiungere". Per rendere evidente l'esito di questa esasperata cura formale basti questo estratto dal primo racconto della raccolta che le fornisce anche il titolo, In disparte, in silenzio: "Quella notte, poco prima dell’alba, l’abate Dosi aveva sognato Maddalena e aveva scoperto, restandone turbato e infelice, ciò che in cuor suo già sapeva da tempo, ma che mai e poi mai avrebbe osato confessarsi. Dopo quello che gli era stato rivelato, non poteva più rimanere. La disparità di condizione, la giovane età della fanciulla, i voti minori e soprattutto la paura che una parola imprudente, un gesto spontaneo, un sospiro potessero tradirlo: tutto questo lo obbligava a lasciare l’incarico di istitutore che gli era stato affidato da poco meno di un anno. Ne avrebbe informato subito il padre di Maddalena. Avrebbe opposto alle sue obiezioni gravi motivi di famiglia. Se necessario, avrebbe cambiato città. Avrebbe potuto, al massimo, trattenersi ancora qualche giorno: giusto il tempo per trovare chi lo sostituisse". 


Ambientati quasi sempre in epoche diverse dalla nostra, i racconti di Meldini spaziano tra i generi senza rimanere schiavi o soltanto debitrici delle sue pratiche più consumistiche. Si veda "Millennium bug", in cui una coppia di anziani poco prima della notte che prometteva di rivoluzionare il nostro mondo rievoca il primo San Silvestro insieme, lasciandosi andare a una serie di ricordi che sono in maniera misteriosa e malinconica legati sia all'assenza di futuro tecnologico che di lì a poco dovrebbe coinvolgere anche loro sia al passato analogico che hanno vissuto insieme per oltre quarant'anni. Ma In disparte, in silenzio si prende si prende anche lo spazio per una sortita nella violenza quotidiana e nel cinismo più beffardo, come nel caso dello straordinario "Acufeni", che racconta la senile quotidianità di un gangster alle prese ancora con fantasie di potenza criminali che si traducono però in capricci condominiali (un vaso gettato all'inquilino di sotto) e dispetti alla badante che lo accudisce. In questa veloce - 141 pagine che si leggono tutte d'un fiato - sortita nella poetica di un autore pregnissimo e meritevole di riscoperta, spiace che la chiusura sia affidata proprio all'opera più debole e più manierata. Il "Pasticcio" che omaggia Jorge Luis Borges facendolo interagire con i suoi pseudonimi, i suoi personaggi e i suoi luoghi, ha infatti l'onta di esplicitare la più diretta filiazione letteraria dell'autore e farlo atterrare su un terreno, quello del gioco letterario, sin troppo affollato: qui, purtroppo, nemmeno l'originalità dell'intreccio basta a salvarci dall'acre sapore di uno sformato raffinato ma un tantino insipido.

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