Titolo: Il mio posto
Autore: Daniele Bergesio
Editore: Uovonero
Pagine: 272
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo copertina: 16,00 €
Recensione a cura di Luigi Pizzi
Il mio posto di Daniele Bergesio è un libro che parla di dolore, libertà e sopravvivenza con una voce capace di essere dura e delicata nello stesso momento. Una storia che scorre lenta e profonda come il Po che accompagna il protagonista lungo tutto il suo viaggio. Il ragazzo al centro del romanzo non ha un nome che resti davvero impresso quanto i soprannomi delle persone che lo hanno cresciuto: il Pescecane, padre feroce e violento; la Balena, madre immobile e silenziosa; fratelli che conoscono solo il linguaggio della sopraffazione. Per diciassette anni la sua vita è stata una cascina isolata nel Polesine, un luogo dove non esiste spazio per l’infanzia, per la tenerezza o persino per il diritto di essere ascoltati. Le prime pagine del romanzo colpiscono proprio per questo: Bergesio riesce a raccontare la paura quotidiana senza bisogno di alzare la voce. Bastano piccoli gesti, silenzi, dettagli. Il ragazzo che prepara il borsone nel cuore della notte, la madre che capisce tutto senza fare domande, il terrore di un cigolio che potrebbe svegliare il padre. Tutto è trattenuto, e proprio per questo fa male. Quando finalmente decide di andarsene, la fuga non ha nulla di eroico. Non c’è entusiasmo, non c’è la certezza di una meta, ma solo la necessità di sopravvivere. Ed è qui che il romanzo trova la sua forza più autentica: il protagonista sa soltanto da cosa sta scappando, non ancora verso cosa stia andando.
Da quel momento la storia si trasforma in un lungo romanzo di formazione ambientato nell’Italia del 1961, un Paese ancora segnato dalle ferite della guerra e dall’ombra dell’alluvione del Polesine. Il viaggio lungo il Po attraversa paesi, argini, campagne e città, ma soprattutto attraversa la crescita emotiva del protagonista. Il fiume diventa una presenza viva, quasi una coscienza silenziosa che accompagna il ragazzo nei momenti di paura e smarrimento. Non è soltanto uno sfondo paesaggistico: è il simbolo stesso del movimento, della possibilità di continuare a scorrere nonostante tutto. Bergesio scrive con uno stile estremamente visivo e sensoriale. Si sente il caldo umido sugli argini, il fango sotto le scarpe, la fame che svuota il corpo, la scoperta quasi infantile della natura e della libertà. Alcune delle pagine più belle sono proprio quelle in cui il ragazzo, per la prima volta, osserva davvero il mondo: il battito dei picchi sugli alberi, il volo degli aironi, l’odore dell’erba e della terra bagnata. Dopo una vita trascorsa nella paura, perfino correre senza motivo o assaggiare una foglia amara diventano esperienze straordinarie. Il romanzo riesce molto bene anche nel raccontare quanto la libertà possa essere spaventosa. Il protagonista non conosce le persone, non sa fidarsi, teme chiunque. Ogni incontro è una prova. Eppure lungo il cammino compaiono figure che lentamente incrinano quella diffidenza: l’Arrotino, il Becchino, frate Lucio, Primo, la Cerbiatta. Personaggi che sembrano emergere da una ballata popolare, sospesi tra durezza e umanità. Alcuni lo aiutano, altri lo mettono alla prova, ma tutti lasciano qualcosa dentro di lui. Tra le relazioni più riuscite c’è proprio quella con gli sconosciuti incontrati lungo l’argine. Bergesio riesce a trasformare piccoli dialoghi in momenti carichi di significato. Il ragazzo non è abituato alla gentilezza, e vedere qualcuno offrirgli acqua o pane senza pretendere nulla in cambio diventa quasi destabilizzante. In quelle scene c’è tutta la fragilità di chi è cresciuto pensando che il mondo fosse soltanto violenza.
Daniele Bergesio (Pordenone, 1979) è uno scrittore per l'infanzia e professionista della comunicazione, attivo a Torino dal 2002. Dopo un’esperienza come giornalista musicale, si è specializzato nella comunicazione in ambito editoriale. Dal 2016 pubblica con diverse case editrici albi illustrati e romanzi per bambini e ragazzi. Tra le sue opere: Una partita in ballo (Giralangolo, 2017), vincitore del Premio Internazionale Narrare la Parità, e L’ascensore (VerbaVolant, 2019), finalista al Premio Malerba 2020, Il cuoco delle emozioni (Settenove), la serie del Mostro Arturo (BukBuk) e i romanzi Il compito di Natale e Una nuova band in città. Tiene laboratori in scuole e librerie, focalizzati sulle tematiche degli stereotipi di genere, del razzismo e dell'intolleranza.
Autore: Daniele Bergesio
Editore: Uovonero
Pagine: 272
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo copertina: 16,00 €
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Il mio posto di Daniele Bergesio è un libro che parla di dolore, libertà e sopravvivenza con una voce capace di essere dura e delicata nello stesso momento. Una storia che scorre lenta e profonda come il Po che accompagna il protagonista lungo tutto il suo viaggio. Il ragazzo al centro del romanzo non ha un nome che resti davvero impresso quanto i soprannomi delle persone che lo hanno cresciuto: il Pescecane, padre feroce e violento; la Balena, madre immobile e silenziosa; fratelli che conoscono solo il linguaggio della sopraffazione. Per diciassette anni la sua vita è stata una cascina isolata nel Polesine, un luogo dove non esiste spazio per l’infanzia, per la tenerezza o persino per il diritto di essere ascoltati. Le prime pagine del romanzo colpiscono proprio per questo: Bergesio riesce a raccontare la paura quotidiana senza bisogno di alzare la voce. Bastano piccoli gesti, silenzi, dettagli. Il ragazzo che prepara il borsone nel cuore della notte, la madre che capisce tutto senza fare domande, il terrore di un cigolio che potrebbe svegliare il padre. Tutto è trattenuto, e proprio per questo fa male. Quando finalmente decide di andarsene, la fuga non ha nulla di eroico. Non c’è entusiasmo, non c’è la certezza di una meta, ma solo la necessità di sopravvivere. Ed è qui che il romanzo trova la sua forza più autentica: il protagonista sa soltanto da cosa sta scappando, non ancora verso cosa stia andando.
Poi arriva Torino, che sembra finalmente offrire un approdo possibile. Qui il protagonista trova lavoro, nuove relazioni, una sorta di famiglia inattesa costruita lentamente tra persone semplici e accoglienti. Ma Il mio posto non cerca mai scorciatoie emotive. Il passato continua a pesare, e il romanzo non dimentica quanto sia difficile liberarsi davvero delle ferite subite. La domanda centrale resta sempre la stessa: è possibile imparare a sentirsi degni di amore quando si è cresciuti senza averne mai ricevuto? La scrittura di Bergesio ha il pregio raro di essere poetica senza risultare artificiosa. Alterna momenti di durezza quasi brutale ad altri pieni di luce e delicatezza. E soprattutto evita ogni retorica: non trasforma il dolore in spettacolo, non cerca facili consolazioni. Racconta invece la fatica lenta del cambiamento, il bisogno di appartenenza, la ricerca ostinata di un luogo — reale o interiore — in cui poter finalmente esistere senza paura. Alla fine resta addosso una sensazione malinconica ma luminosa, come il rumore del Po che continua a scorrere anche quando il viaggio sembra concluso. Il mio posto è un romanzo che parla di crescita, libertà e identità con grande autenticità, capace di emozionare senza forzature. Una storia che ricorda come trovare il proprio posto nel mondo non significhi arrivare da qualche parte, ma imparare lentamente ad attraversare ciò che ci cambia.


