Recensione a cura di Mario Turco
Presentato al 79° Locarno Film Festival nella sezione Piazza Grande, il film del regista sudamericano prende spunto da una vicenda reale per provare a indagare in maniera laterale e molto stimolante le due realtà politiche in cui il protagonista si muove nell'arco della vicenda. Siamo nel 1976 e Aldo Marín (Camilo Arancibia, che dopo “Los colonos” conferma di essere un interprete di razza) è un giovane minatore cileno coinvolto attivamente - fabbrica esplosivi - nelle proteste dei suoi colleghi, riuniti in un piccolo collettivo socialista che cerca di resistere alla svendita della loro società compiuta dal dittatore Pinochet a favore delle sodali corporation statunitensi. Le violenze del regime, sempre più spietato contro chi si oppone alle proprie decisioni, costringono però presto l'uomo a fuggire dal Paese. Lasciatosi alle spalle la moglie e il figlio appena nato, Aldo trova quindi rifugio nell'altrettanto soffocante Torino, cercando di sopravvivere in una città operaia in cui la tensione degli anni di piombo entra anche nelle fabbriche: proprio dopo aver disinnescato con perizia un loro ordigno, egli viene infatti avvicinato dai fratelli Enrico (Lorenzo Richelmy) e Luciana (Sara Serraiocco), che gli offrono la possibilità di lavorare con il loro gruppo terrorista. Aldo accetta ma la reiterazione ad altre latitudini del ciclo di violenza rivoluzionaria minaccia di essergli questa volta fatale...
Il cileno è un film che pur flirtando per quasi tutta la sua durata col crime urbano - la desaturazione della fotografia, la sottostoria dell'amico fedifrago, l'amore mancato con Luciana - non si fa intrappolare in un solo genere, scegliendo così continuamente di aprire vie di fuga cinematografiche (il western del folgorante inizio, la musica tensiva da thriller) e concettuali (le pratiche abortive clandestine, lo sfruttamento iniziale del padroncino di fabbrica) di fecondo interesse. A rimanere parzialmente sacrificato nella sceneggiatura firmata dallo stesso Sergio Castro San Martín e Simona Nobile è il realismo del venefico contesto della vicenda: forze dell'ordine e ribelli armati sembrano usciti dagli stampini della fiction televisiva, andando così a depotenziare un conflitto che avrebbe meritato qualche linea di dialogo più originale o ficcante. Muovendosi quasi con gli stessi scatti di rabbia repressa del suo protagonista, Il cileno tenta allora di suggerire più che dire la contiguità delle rispettive ingiustizie sociali fino ad un finale di buona retorica, asciutta ma allo stesso tempo simbolicamente esatta. La doppia espiazione dei tormentati Luciana e Aldo trova infatti nello sguardo del figlio di quest’ultimo un asse di convergenza che è sia personale che sovrastatale: un umile lavoratore cileno e una professoressa universitaria italiana hanno pagato lo scotto del loro coinvolgimento in dinamiche più grandi delle loro classi di appartenenza per permettere alla generazione successiva di vivere un’esistenza “gialla”, ovvero del colore che come dice lo stesso protagonista, nel suo Paese viene associato a chi pretenderebbe di vivere non prendendo mai posizione politicamente. Ma, come si autosmentisce in maniera intelligente lo stesso film volendo andare più in profondità rispetto a quello che si è visto, non può esserci equidistanza da estremismi che non sono mai opposti ma diversi. Perché farsi saltare in aria in una stazione di polizia italiana o sparare al delatore cileno sono scelte di campo: si è tutti uguali solo quando si usa lo strumento di ribellione sbagliato.

