Recensione: Teatro e scuola. T-Play, una metodologia per l’apprendimento, di Salvatore Colazzo e Pina Montinaro

Titolo:
 Teatro e scuola. T-Play, una metodologia per l’apprendimento
Autore: Salvatore Colazzo, Pina Montinaro
Editore: Armando
Pagine: 120
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo copertina: 12,00 €

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Recensione a cura di Luigi Pizzi

Teatro e scuola. T-Play, una metodologia per l’apprendimento è un saggio ricco e appassionato, nel quale Salvatore Colazzo e Pina Montinaro invitano a ripensare il rapporto tra educazione, gioco e arti performative. Il punto di partenza è semplice, ma tutt’altro che scontato: il teatro a scuola non dovrebbe ridursi alla preparazione della recita di fine anno, con copioni da imparare, ruoli da distribuire e uno spettacolo da offrire alle famiglie. Può diventare, invece, un vero modo di insegnare e di apprendere, capace di coinvolgere la persona nella sua interezza: corpo, mente, emozioni e relazioni. Da questa convinzione nasce il T-Play, una proposta metodologica aperta e flessibile, pensata per trasformare la classe in uno spazio di esplorazione, partecipazione e scoperta. La prima parte del volume è dedicata alle radici teoriche del metodo e, soprattutto, al valore formativo del gioco. Gli autori rifiutano la vecchia contrapposizione tra gioco e serietà: quando gioca, il bambino non evade dalla realtà, ma impara a conoscerla, a interpretarla e persino a modificarla. Attraverso il “far finta”, sperimenta possibilità, assume punti di vista diversi, affronta paure e frustrazioni e impara a muoversi tra regole condivise e libertà creativa. Il gioco diventa così una sorta di zona franca, uno spazio protetto nel quale l’errore perde il suo peso punitivo e può trasformarsi in occasione di ricerca. È una delle idee più convincenti del libro, perché tocca un limite ancora molto presente nella scuola: la tendenza a considerare davvero formativo soltanto ciò che è ordinato, misurabile e immediatamente valutabile. Da qui il discorso si allarga al role-playing e al gioco drammatico, analizzati non come semplici attività ricreative, ma come esperienze capaci di sviluppare empatia, flessibilità mentale, consapevolezza e abilità sociali. Particolarmente interessante è anche la breve storia del teatro in educazione, che segue il filo che unisce rito, comunità e formazione: dal teatro greco, parte integrante della paideia e della vita civile, alle rappresentazioni medievali; dalle esperienze educative di Filippo Neri, dei Gesuiti e degli Scolopi fino a don Bosco e alla svolta del Novecento. Con Stanislavskij, Copeau, Dullin e gli altri protagonisti del rinnovamento teatrale, l’attenzione si sposta progressivamente dal risultato al processo, dall’esibizione alla crescita della persona. Non conta più soltanto andare in scena, ma ciò che accade mentre si costruisce insieme l’esperienza.


Il cuore del libro è però la presentazione del T-Play. Il nome racchiude le diverse anime del progetto: teatro, insegnamento, allenamento, tecnologia e trasformazione, mentre il verbo inglese play rimanda insieme al giocare, al recitare, al suonare e al partecipare. La scelta non è soltanto suggestiva, perché restituisce bene l’idea di una didattica in movimento, nella quale chi apprende non rimane seduto ad ascoltare, ma agisce, prova, immagina e coopera. Il discente diventa davvero “attore” del proprio apprendimento, mentre il docente abbandona il ruolo di semplice trasmettitore e assume quello di facilitatore, regista e osservatore delle dinamiche della classe. Molto efficace è l’attenzione riservata all’ambiente. Nel T-Play lo spazio non è uno sfondo neutro: viene organizzato in base alle attività e separa simbolicamente il momento dell’azione da quello della riflessione. Il Magic Stage è il luogo in cui si sperimenta, si interpreta e si può sbagliare senza essere interrotti; il Thinking Corner è invece lo spazio del confronto, della rielaborazione e della consapevolezza. È proprio questo passaggio dall’esperienza alla riflessione a impedire che il teatro resti un gioco fine a se stesso. Anche la valutazione cambia prospettiva: non riguarda soltanto il prodotto finale, ma osserva il percorso, la partecipazione, la capacità di collaborare, l’evoluzione del singolo e quella del gruppo. L’ultima parte concentra l’attenzione sull’apprendimento delle lingue straniere, il terreno dal quale la proposta di Montinaro ha inizialmente preso forma. Qui il volume diventa più operativo e mostra come il teatro possa restituire alla lingua ciò che spesso la didattica tradizionale le sottrae: il corpo, la voce, il ritmo, l’intenzione e il contesto. Una frase non comunica soltanto attraverso le parole, ma anche mediante tono, pause, sguardi, gesti e distanza tra gli interlocutori. Role-playing, improvvisazioni, giochi linguistici, attività di ascolto, lavoro sul testo e scrittura creativa permettono quindi di usare la lingua in situazioni vive, riducendo l’ansia di sbagliare e aumentando la sicurezza espressiva. Gli esercizi proposti rendono concreti i principi esposti e offrono agli insegnanti spunti facilmente adattabili all’età degli alunni e al livello della classe.


Lo stile del volume alterna riflessione pedagogica, ricostruzione storica ed esperienza professionale. In alcuni passaggi l’abbondanza di riferimenti teorici rende la lettura più impegnativa, mentre altrove la voce diretta di Montinaro le restituisce calore e immediatezza. Il pregio maggiore, però, è la coerenza con cui teoria e pratica vengono tenute insieme: il T-Play non è presentato come una formula rigida o miracolosa, ma come un dispositivo da adattare ai contesti, alle persone e agli obiettivi. Teatro e scuola, quindi, è un libro utile non soltanto per chi insegna lingue o conduce laboratori teatrali. È una riflessione più ampia sulla scuola che vorremmo: meno preoccupata di controllare e più disponibile ad ascoltare, meno legata alla passività e più aperta al corpo, all’immaginazione e alla collaborazione. Colazzo e Montinaro ci ricordano che il teatro non serve soltanto a preparare uno spettacolo: serve a guardarsi agire, a sperimentare altre possibilità e a imparare insieme. In fondo, educare significa anche questo: creare uno spazio protetto nel quale provare la vita prima di tornare a viverla con uno sguardo un po’ più consapevole.

Salvatore Colazzo. Già professore ordinario di Pedagogia Sperimentale all’Università del Salento, attualmente insegna all’Universitas Mercatorum. Ha fondato (assieme ad Ada Manfreda) la Scuola di Arti Perfor-mative e Community Care. Ha numerose pubblicazioni a cavallo tra estetica e pedagogia. Fa parte del board editoriale di Nuova Secondaria ed è nel Comitato scientifico di collane e riviste di settore. Cura la divulgazione scientifica, collaborando a periodici e quotidiani, in cui tratta temi di attualità culturale.

Pina Montinaro. Docente di Lingue e Letterature straniere nella scuola secondaria, ha conseguito il Dottorato di ricerca in Studi Letterari, Linguistici e Culturali presso l’Università del Salento. Le sue ricerche in ambito linguistico-teatrale e pedagogico-didattico l’hanno spinta a indagare le diverse metodologie basate sull’utilizzo del teatro e delle arti in diversi istituti scolastici europei. In Francia ha seguito percorsi di formazione universitaria riguardanti il teatro nei contesti educativi, giungendo all’elaborazione di una nuova metodologia didattica: il T-Play. Negli ultimi anni, ha condotto laboratori di Attività ludiche e di animazione per la cattedra di Pedagogia Sperimentale dell’Università del Salento.

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