La recensione di "Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde", che con la regia di Fabio Condemi e la drammaturgia di Federico Bellini è in scena al Teatro Vascello di Roma fino al 27 Settembre
Recensione a cura di Mario Turco
Liberamente tratto dall'omonimo romanzo di Robert Louis Stevenson, il testo messa in scena - in maniera sempre interessante da Fabio Cherstich - è, nei suoi 60 minuti di durata, piuttosto un flusso di coscienza personale che si chiude in maniera magnifica sul soliloquio del protagonista. Come se fosse uno dei predicatori/comedian/libero parlatore che si erge in un giorno qualunque dai prati di Hyde Park (ammicco, ammicco!), egli chiude infatti la sua concione proponendo la necessità anche per "le bestie astinenti" di liberare la propria "furia di scimmia". Il pensiero del monologante sembra seguire le immagini che alle sue spalle passano dal volo del drone su Londra al loro capovolgimento a 180 gradi facendo in modo che il protagonista della pièce accetti infine il destino di ogni essere umano che, in fondo, ha sempre presentito anche quando era un azzimato avvocato della capitale inglese: "sentiamo già in noi la nostra metamorfosi".
Produzione: Compagnia Umberto Orsini, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello, Elsinor centro di produzione, LAC Lugano Arte Cultura, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde comincia, quasi in maniera innocua, come una rilettura del capolavoro letterario: a narrare la storia dello stimato ma sfortunato dottor Jekyll è, anche qui, l'avvocato Gabriel John Utterson, interpretato da Fabio Condemi. Per la prima metà dell'opera seguiamo quasi fedelmente l'impianto narrativo originale - a distanza di due secoli, però, la detection sull'identità di Hyde è ovviamente impossibile e, difatti, Condemi non fa nemmeno finta di seguirla - tanto che il tutore legale delle ultime volontà dell'amico e signorotto cerca di far raccapezzare lo spettatore sull'annosa vicenda che ha sconvolto la società del tempo proponendogli documenti, ricostruzioni della scena del pestaggio della bimba e mappe, passati allo scanner e visibili sul telo dietro la sua scrivania. Ma è un trompe-l'œil di scrittura, un artificio che dietro la patina della ripresa dei temi del romanzo mostra presto la sua vera natura, ovvero quella di essere una riflessione post-mortem (di Jekyll ma anche delle rappresentazioni psicanalitiche sull'Ombra citate all'inizio) sull'ineludibilità del doppio oggi. Il testo sceglie infatti di concentrarsi e portare sul palco Utterson, che segna fisicamente tutta la durata dello spettacolo, e il maggiordomo Poole che invece rimane una presenza fantasmatica dapprima continuamente evocata, poi minacciosa presenza che si nasconde dietro la porta d'emergenza del proscenio e infine derivazione sintomatica della follia dell'avvocato. Il gioco delle coppie (Jekyll/Hyde vs Utterson/Poole) diventa allora un rilancio in potenza della riflessione sulla violenta maschera che la società impone all'istintività dell'individuo, scritta con borghese presa di coscienza nel romanzo ma qui calcata con un più gustoso retroterra metaletterario/lirico che fa dire allo stesso protagonista: "E se fossi diventato il doppio di un libro sul doppio?". Liberatosi dai gangli narrativi, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde diventa quindi un discorso libero e attuale sulle costrizioni che la vita con gli altri impone al singolo, un atto di dolore squadernato con sempre più tenebrosa lucentezza in cui non c’è più spazio per il protagonista, adesso nei buffi panni di tre più grandi del “Signor Nascondino” – la traduzione/parodia letterale di Hyde è straniante e allo stesso tempo indovinatissima -, di rifiutare la possibilità bestiale del suo corpo. Perché, in fondo, come dice giustamente Utterson: “Noi siamo tutte vittime di questo incubo formato da Jekyll”.

