Recensione: La città nascosta delle donne, di Nadia Hashimi

Titolo
: La città nascosta delle donne
Autore: Nadia Hashimi
Editore: Piemme
Pagine: 464
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo copertina: 22,00 €

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Recensione a cura di Luigi Pizzi

La città nascosta delle donne di Nadia Hashimi è un romanzo intenso, doloroso e profondamente umano, costruito intorno alle vite di donne costrette ancora una volta a reinventarsi quando la Storia irrompe nelle loro case. Sullo sfondo c’è l’Afghanistan del 2021, con il ritorno dei talebani a Kabul e il progressivo restringimento degli spazi di libertà per donne e ragazze: una realtà che il romanzo non utilizza come semplice scenario, ma porta dentro la quotidianità dei personaggi, mostrando cosa significhi vedere improvvisamente messi in discussione lavoro, istruzione, libertà di movimento e presenza nella vita pubblica.  Al centro della storia c’è Marjan, che in passato si chiamava Rahima. Chi ha letto Due splendidi destini ritroverà quindi una protagonista già conosciuta, anche se il romanzo può essere affrontato autonomamente. Da bambina era stata una bacha posh, cresciuta per un periodo come un maschio; poi erano arrivati un matrimonio imposto, la violenza, la fuga e un nuovo nome. Ora è madre di Hawa e tutto ciò che ha conquistato ha un significato diverso, perché non deve più preoccuparsi soltanto di salvarsi: deve impedire che sua figlia venga risucchiata nello stesso meccanismo che aveva deciso il destino della sua adolescenza. Marjan è un personaggio costruito attraverso contraddizioni più che attraverso gesti eroici. È coraggiosa, ma ha paura. È addestrata a reagire, ma sa che non esiste preparazione capace di proteggerla da ogni pericolo. Ha fatto parte di un’unità femminile impegnata accanto alle forze afgane e statunitensi e questa esperienza, che potrebbe sembrare un’invenzione narrativa, si ispira a una realtà precisa: la Female Tactical Platoon era composta da donne afgane impiegate anche nelle operazioni delle forze speciali, soprattutto per interagire con donne e bambini in contesti nei quali i militari uomini non avrebbero potuto farlo. Accanto a lei ci sono Soraya e Mina. Soraya appartiene allo stesso mondo militare di Marjan, ma ha un modo diverso di affrontarlo: è più apertamente ribelle, capace di trasformare perfino un rossetto acceso in un piccolo gesto di sfida. Mina, invece, è una giornalista e il suo problema è esattamente opposto a quello di Marjan: non può nascondersi facilmente, perché il suo volto e la sua voce sono conosciuti. Attraverso di lei Hashimi introduce nel romanzo anche lo sguardo di chi continua a raccontare ciò che sta accadendo mentre farlo diventa ogni giorno più rischioso.

Immagine generata con l'IA

La struttura alterna presente e passato, ricostruendo poco alla volta la strada percorsa da Marjan prima di arrivare all’estate del 2021. È una scelta efficace perché impedisce di ridurla alla donna in fuga che incontriamo nelle pagine più tese. Prima della paura ci sono stati altri nomi, altre case, amicizie, lavori, tentativi di ricominciare. E soprattutto c’è Hawa, il punto attorno al quale finisce per ruotare ogni decisione. Il rapporto tra madre e figlia è forse la parte più emotiva del libro: Marjan sa che proteggere Hawa non significa soltanto mantenerla in vita, ma difendere la possibilità che possa scegliere chi diventare. Molto bella è anche l’idea della “città delle vedove”, una comunità di donne sole e dei loro figli che diventa rifugio, luogo di incontro e spazio di autonomia. Hashimi la usa per rovesciare una condizione che nella società circostante rappresenta soprattutto vulnerabilità. Essere una donna senza un uomo può significare esporsi al sospetto, alla precarietà e al pericolo; insieme, però, quelle donne riescono a costruire una rete in cui condividere cibo, informazioni, protezione e perfino piccoli momenti di normalità. Il romanzo trova proprio qui alcune delle sue immagini più forti: non nella grande ribellione spettacolare, ma nella solidarietà quotidiana. La scrittura di Nadia Hashimi è scorrevole e molto visiva. Kabul cambia quasi davanti agli occhi del lettore: le strade si riempiono di posti di blocco, le persone cominciano a misurare parole e comportamenti, ciò che fino a poco prima sembrava normale può improvvisamente attirare attenzioni pericolose. L’autrice non rinuncia alla tensione, soprattutto quando le due linee temporali iniziano ad avvicinarsi, ma evita di trasformare il romanzo in un semplice thriller di fuga. Ciò che interessa davvero è ciò che accade dentro le persone quando la loro libertà smette di sembrare acquisita. E forse la parola più delicata da usare è proprio “resilienza”. Il libro mostra donne capaci di resistere, certo, ma mette implicitamente in discussione anche l’idea rassicurante che basti definirle forti. Essere costrette continuamente a sopravvivere non è un privilegio né una qualità romantica. A volte significa semplicemente non avere alternative. La città nascosta delle donne è quindi un romanzo sulla maternità, sull’identità e sull’amicizia femminile, ma soprattutto sul diritto di una persona a esistere senza essere definita soltanto dal padre, dal marito o dal figlio. Marjan, Soraya e Mina reagiscono in modi diversi, commettono errori, hanno paura e continuano a scegliere. Ed è proprio qui che il libro trova la sua forza: non le trasforma in simboli perfetti, ma lascia che restino donne. Donne che, mentre intorno a loro il mondo cambia direzione, cercano disperatamente di non permettere che qualcun altro decida ancora una volta chi devono essere.

Nadia Hashimi è nata a New York da genitori afghani, emigrati in America nei primi anni Settanta, ed è cresciuta circondata da una numerosa famiglia che ha tenuto viva la cultura del paese d'origine. Nadia oggi vive in Maryland con il marito e due figli, e di professione fa la pediatra. Ha esordito con il romanzo Due splendidi destini (Piemme, 2015), che è stato un successo del passaparola, elogiato tra gli altri anche da Khaled Hosseini. Quando la notte è più luminosa è il suo secondo romanzo, accolto con uguale entusiasmo dai suoi numerosi lettori. Nadia è attualmente al lavoro sul terzo romanzo.

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