23 gennaio 2014

Recensione: LE GEOMETRIE DELL'ANIMO OMICIDA di Monica Bartolini

Titolo: Le geometrie dell'animo omicida
Autore: Monica Bartolini
Editore: Scrittura & Scritture
Pagine: 220
Anno di pubblicazione: 2013
Prezzo copertina: 13,50 €


Recensione a cura di Paolo Massimo Rossi

Le geometrie dell’animo omicida è un racconto di genere: poliziesco o giallo. L’ambiente: la Sicilia, un piccolo paese, una stazione di Carabinieri. L’autrice costruisce con qualche abilità narrativa una storia nella quale, ovviamente, le premesse devono nascondere, e allo stesso tempo contenere cripticamente, la conclusione.

Discende necessità: far muovere e parlare i personaggi calandoli in una trama che rappresenta - ed è rappresentata da - un gioco delle parti che, nel suo fluire, diventa parte del gioco. In altri termini, complessità e semplicità devono scambiarsi continuamente di ruolo per tenere alta la tensione del racconto; tanto più se si pensa che i personaggi sono in numero ridotto e i luoghi sono circoscritti a un’impostazione e a un milieu che sono credibili solo per il loro essere di fantasia. Ma, (e qui spezzo una lancia a favore dell’ autrice) citando Umberto Eco, “La verità narrativa è l'unica verità …(omissis) la verità romanzesca, che è vera in un mondo possibile, fornisce un criterio di verità per le verità non romanzesche.”

E’ in questo senso che Tina, giovane impiegata di banca e figlia di un carabiniere esperto di indagini - e gratificato (si lascia intuire) da antiche e brillanti soluzioni di casi apparentemente inesplicabili -, può essere proiettata in un improbabile altro da sé: segugio e detective a perseguire la scoperta di un assassino. In una sorta di logica dell’ovvio, la conclusione è evidentemente tutta contenuta nel personaggio ad hoc inventato: Tina non può che contribuire a risolvere il caso, l’omicidio della sua più cara amica Federica. In qualche modo, si lascia intendere l’esistenza di un DNA della “detective” che permette alla stessa di indagare in simbiosi (o in anticipo?) con il maresciallo suo padre. D’altra parte, il supporto astrologico utilizzato dalla investigatrice è lasciato aleggiare in un limbo dal quale può discendere solo a beneficio dei cultori dell’occulto; lasciando agli altri il diritto di sorriderne davanti all’ovvia improbabilità e alle deteriori concessioni modaiole. E qui è necessario lasciare al non detto lo sviluppo della trama, per il rispetto che si deve al genere.

Resta l’ambiente e il linguaggio che lo individua e lo descrive. Elementi che si palesano come il vero punto debole del racconto. Il canovaccio è sfacciatamente quello dei romanzi di Camilleri: una stazione di carabinieri in luogo di un commissariato. Un maresciallo alter ego di un ispettore. Magistrati apparentemente ottusi o conformisti che, vittime di abitudinarie competenze colte, finiscono per essere condotti alla scoperta della verità da indagatori del buon senso. Giornalisti di cronaca locale aggirantisi al contorno: in pura concessione voyeuristica. Piccole dimensioni del paesaggio urbano come garanzia fornita al lettore di poter ritrovare atmosfere ormai codificate e assimilate: rassicuranti per questo. Uso frammentario del dialetto nel colloquiare quotidiano e investigativo: in qualche modo, sorta di rifugio nella “maniera”. A parziale giustificazione: la scelta geografica (evidentemente legittima) forse non poteva lasciare alternative.

Dunque, non si può che accettarla aprioristicamente. Piuttosto, il racconto pecca (e questo è meno accettabile) di luoghi comuni verbali che rompono e vanificano le possibili fascinazioni narrative: il lessico è trascinato ad essere quantitativamente e qualitativamente povero proprio a causa del suo indulgere nel colloquiare proverbialistico. L’utilizzo di una tale tecnica non rende più realistica la vicenda, come forse si vorrebbe, ma ne banalizza lo svolgimento e rappresenta un prezzo alto da pagare alla necessità di far accettare la storia in modo acriticamente fruibile. Purtroppo, in tal modo l’autrice finisce per connotare il racconto come puro momento di evasione, troppo smaccatamente e pedissequamente individuabile perché lo stesso possa essere ammaliante. Confidando pleonasticamente sul “contenuto”, si glissa superficialmente sul “modo”: ed è in quest’ultimo che si fanno notare elementi che diventano noiosamente topici. La potenza è sempre ennesima; le riflessioni mentali sono arzigogoli; il piatto di spaghetti è regolarmente fumante; il malato è trascinato via da un tumore crudele; il bar è un porto di mare. E si potrebbe (pleonasticamente) continuare individuando luoghi comuni linguistici in ogni pagina che impediscono ogni e pur possibile velleità letteraria. Formalismi verbali nella costruzione del racconto che sono utilizzati per ottenere una veridicità banalmente scivolosa, evidentemente finalizzata alla commercializzazione del libro; e che finiscono, invece, per non essere significanti per la rappresentazione del mistero e per i meccanismi preposti alla sua soluzione.

L'AUTRICE
Monica Bartolini, nasce a Roma 43 anni prima della Rossachescrivegialli, ma la sua passione per la letteratura risale all'infanzia, quando a notte fonda si arrampicava come un gatto fino all'ultimo piano della libreria paterna per rubare i "libri da grandi" e si incantava a leggere Il giorno dello sciacallo. Quella bambina dai capelli rossi non aveva coscienza di alimentare una passione tanto profonda che l'avrebbe portata in seguito a contrarre "il morbo giallo" ma, da accanita lettrice a scrittrice, il passo non è stato breve. L'accelerazione nella trasformazione si è verificata quando ha fatto capolino, tra un'interlinea e un capoverso, l'alter ego di Monica durante un corso di scrittura creativa iniziato assolutamente per caso. L'anima gialla ha preso il sopravvento tanto da partorire sempre più detective story è diventare autrice di romanzi e racconti gialli, declinati in tutte le gradazioni possibili di noir. Il racconto Tanti auguri, Maresciallo! viene pubblicato su Giallo Mondadori n.3009. Con il racconto Cumino assassino ha vinto il Gran Giallo Città di Cattolica 2010, nell'ambito della XXXVII edizione del MystFest, pubblicato poi sul numero 3019 dei Gialli Mondadori. Ha pubblicato il giallo Interno 8, ma il lavoro che ama di più è Le geometrie dell'animo omicida che nel 2011 entra nella cinquina del Premio Tedeschi. Collabora alla diffusione del "morbo giallo" con recensioni di libri per i siti Thriller Cafè e Wlibri e leggendo i suoi libri gialli preferiti nelle scuole italiane, secondo il progetto "Piccoli Maestri", una scuola di lettura per i ragazzi. Ha anche un suo sito www.monicabartolini.it dove esprime la sua anima gialla. Monica ha un'altra grande passione: la fotografia. Ha così ha portato a termine anche un progetto di segno completamente diverso dal titolo Ti ricordi, amore mio? (Colosseo Editore, 2010): una raccolta di racconti sul tema del ricordo, ognuno corredato da un'immagine.

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