12 marzo 2019

La recensione de "La governante", di Vitaliano Brancati con Enrico Guarneri e Ornella Muti, regia di Guglielmo Ferro, al Teatro Quirino fino al 17 marzo

Recensione a cura di Mario Turco

La lotta contro la censura è quasi da sempre appannaggio delle avanguardie. Nell'arte il limite non è mai fisico ma si sposta continuamente, o grazie alla furente dedizione degli autori che vogliono abbattere la morale borghese, o grazie alla singola battaglia di uno scrittore altrove acclamato. Questo secondo caso riguarda ad esempio La governantedi Vitaliano Brancati, uno dei testi teatrali migliori del letterato siciliano la cui ultima riduzione va in scena al Teatro Quirino di Roma fino al 17 Marzo per la regia di Guglielmo Ferro. Scritta nel 1952 la commedia cadde subito tra le maglie della censura post-bellica quando il tema dell'omosessualità della

protagonista della pièce era ritenuta inammissibile da uno Stato che in quel decennio provava ad educare le masse di analfabeti che s'affacciavano al mondo delle arti dopo il disastro della guerra. 

Il testo di Brancati dovette aspettare l'abolizione del bollo ben 13 anni per esser portato su un palco italiano ad opera della moglie dello scrittore pachinese, nel frattempo defunto, Anna Proclemer con la regia di Giuseppe Patroni Griffi. Come dice oggi Guglielmo Ferro: “Il nostro allestimento rispetta assolutamente non soltanto il testo di Brancati ma lo stesso copione originale. Le tematiche coraggiosamente affrontate negli anni Cinquanta dall’autore siciliano sono tutte contemporanee ed attuali. In realtà l’omosessualità non è l’unica tematica scottante trattata da Brancati”. Già, perché dopo la visione si capisce davvero come «La sostanza della vicenda è più la calunnia che l’amore fra le due donne», come ebbe a notare piccato lo stesso Brancati in un suo scritto successivo. La versione di Ferro non si fa fuorviare dalla facile denuncia della repressione omosessuale (peccato solo per il materiale stampa che invece insiste su questo lato ma gli obblighi di marketing, si sa, sono inevitabili) e mantiene inalterata la corrosiva struttura dell'opera. Il primo atto è quasi tutto giocato sui toni della commedia e qui il ruolo degli attori è fondamentale. Piacevolmente sorprendente la performance di Enrico Guarneri nei panni di Leopoldo Platania che, dopo una lunghissima gavetta sulle tv siciliane come comico, mostra sorprendenti doti recitative e riesce a basculare con grande professionalità tra il drammatico e il sarcastico. 

Buone anche le prove del resto del cast dalla giunonica Caterina Milicchio alla maschera fin troppo selvaggia di Nadia De Luca nei panni della servetta Iana. Per quanto riguarda invece il nome di punta del cartellone, l'Ornella Muti che interpreta la governante Caterina Leher, spiace riscontrare come la sua prova consista in una monocromatica eleganza visiva e tonale che tronca sul nascere qualsiasi tentativo di stratificazione psicologico. Così tocca concentrarsi sui comprimari che nel secondo atto aprono la commedia a interessanti deviazioni dal dramma principale. Il personaggio di Alessandro Bonivaglia, interpretato con lodevole simpatia da Rosario Minardi, si fa latore di un certo qualunquismo intellettuale tipico degli ambienti della sinistra del periodo. Tra ovvi e decadenti nichilismi che non a caso attirano il plauso dei baronali Platania, pronti a sottomettersi a qualunque scritto abbia vestigia culturale di progressismo, emergono stordenti verità che solo un'epoca bigotta come la nostra rende purtroppo drammaticamente attuale: “Moralità? La moralità italiana consiste tutta nell’istituire la censura. Non solo non vogliono leggere o andare a teatro, ma vogliono essere sicuri che nelle commedie che non vedono e nei libri che non leggono non ci sia nessuna delle cose che essi fanno e dicono tutto il giorno”. In fondo questo è proprio il dramma vissuto dalla governante di casa Platania: non riuscire ad accettare serenamente il suo amore per le donne e ad accusare l'ingenua Iana del suo “male”, una deviazione dall'etica calvinista e dalla morale borghese di Leopoldo a cui lei nel corso degli anni ha finito per credere. La forza del dramma di Brancati sta nel non tacciare d'ipocrisia le gesta delle donna (che avrà comunque la forza di cercare di redimersi col suicidio come le comanda la cupa religione a cui aderisce) ma cercare di svelare il clima sociale e culturale che portano a scelte vigliacche come la sua. Perché non accettare sé stessi è sempre il primo passo per la censura verso gli altri.