17 marzo 2019

La recensione di "Canova", di Francesco Invernizzi. Al cinema dal 18 al 20 marzo

Recensione a cura di Mario Turco

A volte il destino di dividere la critica non è riservato solo alle avanguardie. L'artista che scuote le coscienze con opere ambiziose e forti sa sin dall'inizio di dover spesso lottare contro il suo tempo. Ma quando a polarizzare in egual misura detrattori e critici è uno scultore che ha fatto dell'equilibrio, della delicatezza delle forme, dell'omaggio ai potenti della sua epoca le principali direttrici della sua ricerca poetica ci troviamo probabilmente di fronte ad un unicum della storia dell'arte. “Canova”, sesto e penultimo appuntamento della stagione “L'arte al cinema” che esce nelle sale dal 18 al 20 Marzo distribuito da Magnitudo Film con la collaborazione di Chili Cinema, tenta di approfondire meglio l'ambiguità della fortuna critica di un eccellenza italiana come Antonio Canova.

Oggi egli è accolto senza nessun turbamento nel pantheon dei grandi scultori e siede accanto a Bernini e Michelangelo ma non è sempre stato così. Il documentario cinematografico diretto da Francesco Invernizzi, ormai nume tutelare del genere avendone firmato una decina, prova a fornirne una chiave interpretativa. Come dice Vittorio Sgarbi nell'intervento introduttivo, “Canova è la sintesi dell'intera civiltà artistica occidentale (…) maestro dell'idea di una bellezza senza tempo e senza limite, un artista dell'armonia, della misura perfetta e di un mondo perduto”. Ciò nonostante, o forse proprio per questo, egli era “inquieto e diviso” tra il suo presente e il radicale neoclassicismo di Winckelmann che vedeva solo negli antichi Greci la perfezione delle arti da omaggiare copiandone i canoni. Un approccio questo che fece scrivere a Roberto Longhi come Canova fosse inevitabilmente “un artista nato morto” perché immerso in un'atemporalità senza vitalità, non in grado di dialogare con un presente invece così pregno di eventi e stimoli culturali. La narrazione del documentario, affidata allo storico Mario Guderzo che dirige il Museo e la gipsoteca di Antonio Canova a Possagno (città natale dello scultore), cerca quindi di ricordarne le grandezze attraverso due grandi argomentazioni: una seria biografia che ne rintracci le piccole ma presenti rivoluzioni e la celebrazione estetica di alcuni suoi capolavori. 

Partendo da quest'ultimo punto, “Canova” si serve ancora una volta della migliore tecnologia possibile e le lente carrellate in 8K con musica classica di sottofondo ben rendono la maestria tecnica dell'omonimo protagonista. Molto interessante il suo metodo di lavorazione che grazie all'aiuto della componente visuale riesce ad essere compreso anche da chi non ha mai sbrecciato un marmo. La novità del calco in gesso così particolareggiato e la caduta del tabù della replicazione della scultura fanno dire a Sgarbi nell'incipit già citato che lo scultore vicentino proprio per questi nuovi metodi di lavorazione fu il precursore del design e dei suoi eleganti oggetti. Per quanto riguarda invece la vita dell'artista, Guderzo sottolinea i malesseri con cui visse le terribili spoliazioni napoleoniche. Come noto, l'imperatore di origine corse trafugò migliaia di opere d'arte dal nostro Stato e le portò con se in suolo francese. Canova dapprima non seppe resistere alla lusinga del Potere più grande dell'Europa del tempo forgiandogli una statua mai svelata al pubblico perché lo ritraeva semi-nudo alla maniera di un eroe classico ma soprattutto ne ritrasse la sorella Paolina in una splendida scultura adesso sita alla Galleria Borghese che la ritrae (naturalmente!) come una moderna Venere stillante bellezza sin dalla posa sicura. Dopo la caduta definitiva di Napoleone egli seppe riscattarsi perché, inviato come ambasciatore vaticano in Francia, riportò alla loro terra d'origine gran parte dei tesori artistici rubati. Ecco, forse Canova non fu mai energico come il Bernini o innovatore come Michelangelo ma i suoi pacati meriti seguono i tempi lunghissimi della giustizia poetica. Che prima o poi premia sempre i meritevoli figli che ci hanno regalato opere come “Ercole e Lica”, la statua di “George Washington” e le “Tre Grazie”.