24 novembre 2019

Concorso letterario "Racconti di Natale": Un imprevisto dono d’amore, di Vincenzo Sottile

Un imprevisto dono d'amore, di Vincenzo Sottile

           Le luci patinate, quasi assurdamente ammiccanti, di vetrine adornate con opulenza per un pubblico che desidera stordirsi perentoriamente almeno per le due settimane canoniche di fine anno: quelle che coincidono con le festività natalizie, il capodanno e l’epifania. Non che ci sia qualcosa di sgradevole in questo! Tutt’altro! La società moderna, globalizzata, digitalizzata fino allo spasimo e basata su colpi di scena sensazionali, che catturino l’attenzione dei media e ci propinino dei falsi idoli di cartapesta a cui fare impietosamente riferimento come se si trattasse di un nuovo testamento a buon mercato, ha violentato l'essenza intima dei nostri sensi e ci ha catturati in una rete invisibile piena di spirali tentacolari e mostruose dove si è persa l’essenza reale del vivere da esseri umani e si è privilegiata la prevaricazione sui nostri simili, la mancanza di rispetto e la competitività più sfrenata che non lascia campo a nessun scrupolo di coscienza. 
           «Troppo pessimista?» Non riesco proprio a rendermene conto. Mi chiamo Ernesto Mori e, a quasi trentasei anni suonati, le mie idee sono ancora molto confuse. Spesso lo rimugino fra me e me, soprattutto quando gli altri non perdono occasione per colpevolizzarmi e farmi sentire come un esile ruscelletto, di quelli che, a malapena, arrivano a lambire gli stagni di vallate aride e perennemente prosciugate da siccità che non perdonano e uccidono le speranze di milioni di contadini con la morte dei loro raccolti. In fondo mi considero come loro perché mi sento come una qualsiasi piantina di un esile raccolto che non arriva mai a dare buoni frutti. E dire che di buoni frutti ne avrei da vendere e soprattutto da far germogliare nel cervello altrui! Non sono certo un uomo presuntuoso ma non sopporto neanche le persone che io definirei buoniste, quelle cioè che pendono dal giudizio altrui come se fosse oro colato e che hanno un terrore quasi patologico di esprimere le loro opinioni. 
          Sto male praticamente da sempre e, benché mia moglie Vanda, i miei due splendidi suoceri Gabriele e Letizia e il mio splendido bambino Loris non mi abbiano mai lesinato il loro amore attraverso manifestazioni d’affetto condite in tutte le salse, la sensazione di malessere, che mi attanaglia come una spina in gola che non va mai via e rischia di soffocarmi, persiste insidiosa e si riacutizza proprio in occasione di queste sante festività di fine anno. 
          E’ come un vero e proprio torrente in piena e a nulla valgono le mie petulanti elucubrazioni mentali dirette a sfatare il peso delle osservazioni che mi rivolgono familiari, amici e conoscenti. 
          Forse sono sbagliato io. In fondo, mi dico: cosa c’è di tanto squallido e ributtante nel festeggiare il natale o nel fare i botti di Capodanno con le persone più care? Razionalmente direi niente e non mi discosterei dalla realtà stereotipata, alla portata di tutti e accettata universalmente su ogni mezzo di comunicazione che si rispetti. Quando non eravamo ancora sposati io e mia moglie abbiamo anche festeggiato qualche capodanno nei locali dove si organizzano veglioni e non è che sia stato proprio malaccio! Certo, la bolgia è infernale e il cibo, se non scadente, è alquanto dozzinale, ma cosa si può contestare tutto ciò? In fondo è un’occasione come un’altra per buttarsi alle spalle, almeno per qualche ora, i dispiaceri e le contrarietà che costellano l’esistenza generale dell’intera umanità. 
          Niente di trascendentalmente fuori dai canoni ordinari, insomma. Ciononostante non riuscivo ad accettare sino in fondo lo srotolarsi uniforme delle cose. Sentivo che, da qualche parte, doveva esistere un angolino remoto nel cuore di ogni individuo dove il senso profondo di ogni festività si potesse catturare al di là di squallidi sentimentalismi da rotocalchi rosa. 
           Da buon cronista dei miei sentimenti, quale mi fregiavo di essere, avevo provato ad analizzare il senso più remoto dei miei numerosi enigmi comportamentali che, di quando in quando, sfociavano in manifestazioni dal carattere oscuramente paranoico. Ero un buon diavolo ma pochi riuscivano a rendersene conto al di là delle apparenze spicce. 
          Eppure non avevo conti da saldare con la vita che avessero un carattere così oscuramente perverso e tale da giustificare le mie prese di posizioni ostinatamente drastiche verso alcuni riti consumistici del festeggiare che reputavo sinistramente superficiali e grotteschi. I miei erano stati ottimi genitori anche se mi rendevo conto che nessun essere umano meritava di essere posizionato su un qualsivoglia piedistallo perché ognuno si trascinava appresso i traumi di scheletri invisibili sepolti nell’armadio. Però, non potevo proprio lamentarmi. Mio padre, Learco Mori, era stato un irreprensibile funzionario al catasto per circa quarant’anni e mia madre, Cornelia Chiaramonti, aveva condiviso con lui il suo percorso di gioie e dolori senza grandi nubi che si evidenziassero all’orizzonte. La classica famiglia medio-borghese senza eccessivi voli pindarici ma, nel contempo, senza sgradevoli scossoni che ne andassero ad alterare l’equilibrio. 
          Avevo vissuto un’infanzia e un’adolescenza molto serene senza ricevere particolari pressioni da parte dei miei genitori anche se, come probabilmente tutti i figli unici, troppo coccolato e vezzeggiato. Nessun gran trauma esistenziale e un discreto curriculum negli studi. Inizialmente diploma di ragioniere e perito commerciale. Di seguito laurea in giurisprudenza conseguita anche con ottime votazioni. 
          Il dramma era però culminato di colpo quando i miei genitori erano morti in un incidente stradale ed ero stato costretto a rimboccarmi le maniche per cercare di cucire il pranzo con la cena. I primi tempi erano stati veramente duri ed ero sopravvissuto con qualcosa che i miei avevano messo da parte per me, aprendo un conto corrente a mio nome con versamenti mensili di piccole quote dei loro risparmi. Era come se, in qualche parte invisibile del loro cuore, presentissero quella tremenda disgrazia che li avrebbe cancellati dalla faccia della terra di lì a poco. E meno male che ebbero questa accortezza. Nel periodo di quella tremenda sciagura ero già fidanzato con la mia futura moglie che lavorava come commessa in un negozio di scarpe molto rinomato nel centro storico della cittadina sul litorale laziale dove risiediamo. Devo a lei e al suo tenace affetto se sono sopravvissuto a quell’enorme ecatombe che mi era piombata sul groppone fra capo e collo e non lo dico tanto per esagerare. Avevo una laurea ma non avevo tempo di cercare un’occupazione consona e accettai la proposta di entrare a far parte di uno staff lavorativo che si occupava di gestire un orfanotrofio a pochi chilometri dal centro dove viviamo. Un lavoro inusuale, direte voi! Specialmente per uno che aveva orientato le sue mire a tutt’altri sbocchi di carattere professionale, ma la fame è una brutta bestia e non vi auguro mai di sperimentarla. Tramite un collega di mia moglie fui messo in contatto con la direttrice di questo orfanotrofio e, dopo alcuni colloqui preliminari, venni selezionato per lavorarci dentro. Si trattava di occuparsi di questi poveri bambini e i turni lavorativi erano anche abbastanza pesanti, ma era pur sempre un lavoro e retribuito in maniera più che soddisfacente. Non esisteva, insomma, un vero e proprio mansionario. Tranne la funzione di insegnare, che era delegata a maestri specializzati, durante i nostri turni dovevamo espletare funzioni da sorveglianti tuttofare ed essere in grado di adempiere alle funzioni più disparate come, per esempio, piccole riparazioni di varia natura o controllare l’operato dei cuochi in cucina. Il budget dell’istituto per le spese era sempre molto ridotto o almeno così ci faceva sapere la direttrice. 
          Col tempo iniziai ad inquadrare maggiormente quel reticolato intricato di bugie sapientemente intessute o di mezze verità ma, benché mi sentissi rivoltare lo stomaco al pensiero di tante storture che visualizzavo quotidianamente, mi sforzavo di chiudere gli occhi. In alcuni casi fu veramente rivoltante vedere come alcuni bambini venissero puniti in maniera crudele per delle inezie e picchiati con tutta l’efferatezza possibile. Alcuni fra i sorveglianti erano completamenti succubi della direttrice mentre altri, come me, chiudevano gli occhi perché non era facile trovare un altro lavoro e lo stipendio a fine mese era troppo prezioso. Spesso andavo a casa e mi sfogavo con mia moglie che, da quell’angelo che è, mi esortava a portare pazienza. 
          Col trascorrere del tempo, poi, ci feci il callo. È triste a dirsi ma è così. Nel frattempo era nato Loris, il nostro unico figlio e la perla dei nostri occhi, la luce per la quale si è disposti a scendere quasi in fondo a ogni abisso. Gli vogliamo tutti un bene matto e i genitori di Vanda lo viziano anche troppo ma, d’altronde, è il loro unico nipote. Almeno fino ad ora, perché con mia moglie stiamo pensando seriamente di dare a Loris un fratellino o una sorellina, prima che sia troppo tardi per questioni anagrafiche. Gravitiamo già, infatti, oltre i 35 anni. Altro fattore che ci sta spingendo ad accelerare i tempi è anche il sostegno che Vanda è sicura di trovare nei suoi splendidi genitori, persone molte laboriose che hanno lavorato per una vita in una fabbrica di manufatti tessili e che adesso si godono i frutti di una meritata pensione con una quantità smisurata di tempo libero a loro disposizione. E poi c’è l’altra questione che a molti potrà sembrare piccola ma che per noi assume uno spessore rilevante: la morte del nostro adorato golden retriever Mok, avvenuta meno di un mese fa. Loris ne ha sofferto da cani ma anche per noi il colpo non è stato da meno. Ricordo come un incubo l’agonia di Mok, ucciso da un male incurabile all’ultimo stadio e scoperto dal veterinario quando era ormai incurabile e senza possibilità di operare. Quando ci ripenso sento ancora tremende fitte allo stomaco ma mi consola il pensiero di aver fatto tutto quello che era umanamente possibile per il nostro cane. Le visite periodiche dal veterinario non erano lesinate e, ad ogni modo, non si erano verificate manifestazioni comportamentali che lasciassero presagire un così tetro fine. Per esemplificare, il veterinario ci ha detto che non tutti i tumori si manifestano con manifestazioni di dolore e questa, purtroppo, è una gran brutta cosa perché il tarlo del male scava nel profondo senza che lo si possa fronteggiare in qualche modo e, quando si intuisce la verità, è spesso troppo tardi. Del resto anche fra gli umani capita la stessa cosa. Solo che adesso Loris sta veramente male. Questo è un anno molto importante per lui perché fa la prima elementare, inizia a socializzare con i suoi nuovi compagni e scopre un mondo tutto nuovo per lui. Un universo di colori, odori, sensazioni che avrebbe voluto condividere con il suo grande amico di sempre a quattro zampe ma che purtroppo dovrà tenere tutto per sé. A meno che...A meno che….È un po’ che rimugino dentro di me quell’idea ed è un tarlo assillante che mi ronza in testa come il sibilo tedioso di un moscone che ronza in estate intorno alla sua preda prescelta...Prendere un altro cane per il mio bambino...Certo, non una fotocopia di Mok...Nessuno potrà mai sostituirlo, ma, comunque, pur sempre un altro essere vivente che tenga compagnia al nostro Loris nelle sue scorribande. Ne abbiamo discusso tanto con mia moglie e i miei suoceri e ci siamo trovati tutti all’unisono. Bisogna strappare il bambino all’apatia che minaccia di avvolgerlo e specialmente ora, in vista di queste sante feste che per tutti i bambini di questo mondo dovrebbero essere costellate solo da momenti infiniti di gioia. Che utopia! Mi fa impressione dover affrontare un nuovo capodanno insieme ma con questo immenso squarcio nel cuore. È come se fossimo tutti vivisezionati ma dobbiamo reagire. Nel frattempo ho chiesto alla signora Sperati, la direttrice, se per la notte di San Silvestro Posso portare i dieci bambini dell’istituto a casa mia per fargli trascorrere una piacevole serata in famiglia e lontani dagli orrori di quel luogo. Che ironia della sorte quando torno col pensiero al cognome di quella strega! Sperati evoca subitaneamente immagini iridate di speranze e di visioni paradisiache piene di ottimismo verso il prossimo, quando invece...Mai vista donna più arcigna di quella...Tutti noi ci siamo fatti l’idea che sia un essere tremendamente solo e senza affetti. Non parla mai della sua vita privata. Non che sia completamente cattiva! A volte, sapendola prendere, è anche capace di slanci inusitati di gradevole umanità, ma sono solo degli spezzoni, quasi delle schegge di bellezza estratte da uno squallido copione di uno dei tanti noir dozzinali prodotti per un cinema di bassa lega e al solo scopo di fare cassetta al botteghino. Frammenti sporadici di umanità. Comunque, non ha detto né si e né no ma nì. «Vedremo!» con quella sua aria sempre burbera. Speriamo bene. Voglio bene a questi bambini e desiderei, almeno per una volta, fargli passare un capodanno come Cristo comanda. Non che quello dell’anno passato sia stato male ma c’era ancora Mok, e poi quell’incredibile storia...Non ci crederebbe nessuno ed ho evitato di menzionarla anche con Vanda, pur sapendo come sia spietatamente perspicace. Non che abbia intuito tutto ma ha compreso che qualcosa di strano è capitato e penso che prima o poi cederò al mio impulso irrefrenabile di raccontarle tutto per filo e per segno. Del resto, non ci siamo mai nascosti nulla e il nostro rapporto è sempre stato cesellato sulla base di solide fondamenta: perché mai dovrebbe sgretolarsi per l’incredulità a una narrazione di similare portata? Tutt’al più resterebbe un segreto fra di noi, intendo non solo me e Vanda ma anche il nostro bambino. Loris è sì, come del resto tutti i suoi coetanei, un bambino incredibilmente capriccioso ma solo a volte. In altri frangenti è di una profondità inaudita per un bambino di soli sei anni, tanto che spesso ci chiediamo stupiti da chi possa aver preso. 
          In un anno ha fatto, poi, passi da giganti. L’anno appena trascorso lo ha maturato quasi con violenza. Ricordo che di questi tempi era insopportabile perché desiderava dei giocattoli che non volevamo comprargli perché, a nostro avviso, costavano troppo. Non siamo spilorci ma desideriamo che nostro figlio impari ad apprezzare il giusto valore delle cose e del denaro fin da piccolo per evitare che cresca come un perfetto egoista. Rammento che, dopo l’ennesima scena quasi isterica davanti alla vetrina del negozio dove si trovavano i giocattoli che voleva comprare, io, in parte per gioco e in parte per non perdere la pazienza, gli proposi davanti a mia moglie: 
          «Quest’anno papà desidererebbe trascorrere la notte di capodanno in maniera differente dal solito. A natale siamo stati tutti insieme e spero che i nonni non ci rimarranno male se, per una volta, passerò la notte di capodanno con i bambini dell’istituto dove lavoro. Mi piacerebbe che tu venissi con me e trascorressi quelle ore con noi, anche per capire che bambino fortunato sei e di quanto non te ne renda conto. Che ne dici? Potrai portare anche Mok con te. Sappiamo tutti che siete inseparabili.» Nel frattempo spiavo il viso di mia moglie per osservare le sue reazioni ma ebbi la piacevole sensazione di veder campeggiare sul suo volto l’ombra quasi violenta di un sorriso! Che strana espressione quella che ho usato poc’anzi ma è proprio esattamente così che la percepii in quei pochi istanti...come un qualcosa di molto intenso che Vanda combatteva per non lasciar trasparire ma che, nel contempo, si liberava da lei con uno strattone e lottava per emergere prepotentemente a galla. 
          Loris rimase qualche istante come stordito, quasi inebetito da quella proposta improvvisa. Poi, ripresosi di colpi da quella momentanea staticità, scoppiò in un diluvio quasi torrenziale di parole: 
          «Per me va bene ma potreste farmi, tu e mamma, un bel regalo al posto dei giocattoli. Mi piacerebbe che parlaste con Gesù bambino per chiedergli di far parlare Mok.» 
          Non era la prima volta che veniva a galla quella spinosa questione. È vero che non si possono ferire i sentimenti di un bambino così piccolo ma, una cosa era fargli credere che esistessero babbo natale e le fate, e una cosa era avvalorare un discorso così assurdo. In quel momento fu Vanda che raccolse tutta la sua pazienza e, inginocchiandosi davanti al bambino , gli disse: 
          «Ne abbiamo già parlato altre volte, Loris. I cani non possono parlare e non lo faranno mai. Mi dispiace per te e il tuo amico ma devi accettare la realtà per quella che è e non faremmo il tuo bene prendendoti in giro. Se vuoi puoi rimanere con me e i nonni ma sarei felicissima se accettassi di andare con papà e conoscessi questi bambini che sono tanto più sfortunati di te, te lo assicuro. Potresti portare anche Mok, se vuoi. Pensaci. Sarebbe un’esperienza molto costruttiva. 
          Silenzio da parte di Loris. Qualche istante di esitazione e poi, con voce quasi tremolante e molto diversa dal tono isterico di pochi minuti prima, il bambino replicò: 
          «Va bene, mamma. Andrò con papi. Continuo, però, a sperare che, prima o poi, Mok inizi a parlare con me. Gli voglio raccontare tante cose.» 
          In quel momento provai una gioia intensa. Forse una delle più grandi che avessi provato in tutta la mia vita. Sentivo che, finalmente, non ero fuori posto nell’ordine naturale delle cose e di tutto il creato. Concepire un figlio non significava nulla se non si riusciva ad instillargli gocce della tua sapienza e a far sì che divenisse un essere umano retto e probo. Forse stavo chiedendo troppo a quel frugoletto di cinque ma non desideravo, nemmeno minimamente, pormi il problema. In fondo i miei genitori avevano fatto lo stesso con me e non è che i risultati fossero stati negativi. Ero cresciuto con una sfilza innumerevole di complessi ma anche con la caparbietà di un uomo che guarda con tenacia alla realizzazione dei suoi obiettivi e non si scoraggia alle prime avversità. 
          Venne poi il gran giorno del 31 dicembre. Il pomeriggio avevo cercato, con mille pretesti, di convincere la direttrice che volevo rimanere di turno quella sera visto che quasi tutti desideravano essere liberi per festeggiare con le famiglie o con i loro amici. Anche l’irreprensibile Sperati si sarebbe recata a casa di conoscenti ed avrebbe pernottato lì. L’essenziale era che rimanessero due sorveglianti per controllare i bambini. Il problema era che la direttrice non comprendeva come mai volessi rimanere là invece di stare con la mia famiglia quando c’erano due scapoli che si erano dichiarati tranquillamente disponibili per quella notte. Decisi in quel momento di non insistere per non suscitare inutili sospetti. Sarei ritornato dopo le nove di sera ed avrei fatto leva sulle mie ottime qualità oratorie per muovere a compassione i due guardiani. L’ostacolo più grosso era costituito da un certo Amedeo, energumeno di oltre novanta chilogrammi e con un passato poco limpido da pugile dilettante che si era poi riciclato, in tarda età, come guardiano. Non era del tutto cattivo ma viveva nel terrore di quell’arpia della direttrice. Alle strette avevamo tutti il medesimo chiodo di evitare grane per non perdere il posto di lavoro. Tutto qua. Decisi, ad ogni modo, che avrei affrontato il problema al momento cruciale e senza fasciarmi la testa con mille pensieri contorti che non avrebbero portato a niente di concreto. 
                Le ore scorrevano con una lentezza inesorabile. Cercai d’ingannare l’attesa chiacchierando con Vanda e i suoi del più e del meno. Mia moglie, da saggia padrona di casa qual’è, non aveva voluto che mi presentassi a mani vuote in, come lo definiva lei, collegio, ed aveva voluto riempirmi di sporte contenenti ogni ben di dio. Più che altro dolcetti comprati in pasticceria o cucinati con le sue mani o con le sapienti arti culinarie di mia suocera Letizia. 
               «I dolci sono sempre graditi da tutti ed evitiamo problemi di eventuali indigestioni visto che i bambini sono molto piccoli e a quest’ora avranno già cenato. La notte di San Silvestro vogliono tutti scappare e si sbrigano prima del solito. Porta la scatola della tombola per divertire i piccini. Non sarà un gioco alla moda come i roboanti passatempi digitali di oggi ma credo che vi divertirete lo stesso. Non dimenticare anche la scatola di croccantini per Mok. Sai quanto è goloso ma evitate di dargliene a dismisura perché secondo il veterinario è già sovrappeso.» 
              Mi venne da sorridere all’idea di Mok ma il pensiero di Vanda era sapientemente costruito e in effetti il nostro cane era sfacciatamente in sovrappeso. Baciai la mia dolce metà con tenerezza e feci segno al bambino e al golden retriever che potevamo avviarci. Mi sentivo stranamente emozionato. La prima parte del mio temerario piano si svolse con meno incidenti di quanto avevo supposto. Oddio, non è che convincere Amedeo fu un gioco da bambini ma, alla fine, quando gli dissi che desideravo far socializzare questi bambini sfortunati con mio figlio, si arrese dicendo: 
             «E va bene. Ho anch’io una figlia e ti comprendo. Sono scapolo nel senso che sono un ragazzo padre e sto crescendo mia figlia da solo. Ha quasi dodici anni ma non puoi immaginare, neanche lontanamente, quanto sia dura da soli. L’altro sorvegliante farà quello che dico io. Mi raccomando solo di non fare troppo chiasso per evitare che qualche vicino si possa indispettire e possa poi riferire tutto alla direttrice quando ritornerà domani sera. Se succede qualcosa non potrò coprirti e dirò che sei entrato procurandoti la chiave dell’orfanotrofio. Penso mi capirai perfettamente.» 
            «Ti comprendo», rispose senza ombra d’esitazione Ernesto. «Ti prometto che sarò prudente e che andremo via molto prima dell’alba. I bambini sono ancora molto piccoli e devono riposare a sufficienza. È solo per fargli trascorrere un capodanno differente che abbia, perlomeno, una parvenza, sia pur molto esile, di nucleo familiare. Non è lo stesso di una vera famiglia ma è sempre meglio di un niente assoluto.» 
           «Ti capisco anch’io». La replica di Amedeo non fu da meno. «È molto bello quello che fai. Auguri di buon anno a te e alla tua famiglia.» 
           «Grazie mille.» Mi stavo commuovendo come uno stupido. «Ricambio.» La sera trascorse nel migliore dei modi. Mi sentivo quasi come un folletto apportatore di doni e benessere. Magari mi solleticava maggiormente il pensiero di arrecare un po’ di felicità piuttosto che doni perché i dolci si potevano considerare come dei regali ma fino a un certo punto, ed era molto più magico riflettere sul senso intrinseco più profondo di quel mio sentimento...Forse non ero in grado di risolvere i problemi dell’intera umanità e nessuno lo sarebbe stato in grado mai, ma era bello, nella sfera ridotta del mio intimo quotidiano, risollevare l’animo di quegli esserini così martirizzati dalla sorte, sia pur per pochi istanti..Il passato, con il suo carico atroce di dolori e malesseri inespressi si sarebbe poi riaffacciato prepotentemente con i suoi carichi grossi di macigni da sopportare sulle spalle, ma cosa importava in quegli attimi magici? Era bello lottare e cercare di dire no alle avversità. 
          La cosa più toccante fu constatare come Loris socializzò quasi all’istante con quei bambini così provati dalla vita, alcuni suoi coetanei ed altri poco più grandi di lui. Ci furono dei brevi istanti quando, osservando tutte quelle testoline attente ai numeri che venivano estratte dal sacchetto della tombola, riflettei su quanto bastasse poco per far felici dei bambini. I dolci avevano avuto il successo che Vanda aveva sperato ma quello che contava era lo stare insieme al di là delle implacabili differenze sociali. Qualcuno obietterà che era facile per me fare il buon samaritano per una sera e ritornare poi alla mia vita di sempre e forse avrebbe anche ragione, ma cos’altro avrei potuto fare? Come ho già detto prima non è che ci si possa colpevolizzare per i mali dell’intera umanità. Lo avevo già fatto per un’intera vita quando chiunque riusciva a farmi sentire inadeguato con qualsiasi appunto che mi rivolgeva e non desideravo farmi condizionare ulteriormente come era capitato in passato. Sentivo che anche per me era giunto il momento di crescere e dare una scossone decisivo alla fiumana dell’intera mia esistenza. L’evento più strabiliante fu, però, quando brindammo a mezzanotte per festeggiare l’arrivo del nuovo anno con delle bibite che avevo portato per supplire la mancanza di alcolici inevitabile per bambini in così tenera età. Mentre alzavamo i bicchieri e ci abbracciavamo, percepii dentro di me il suono quasi umano di un timbro di voce che conservava una strana cadenza quasi soprannaturale e udii Mok che ci augurava senza possibilità di equivoco il buon anno. Ero trasecolato e non potevo crederci. Stavo forse diventando pazzo o ero semplicemente vittima delle suggestioni di mio figlio? Uno scherzo perverso dell’immaginazione o del sistema nervoso gravato dal logorio di una vita moderna sempre più stressante? Mentre cercavo di rispondere mentalmente a questi miei interrogativi, sentii di nuovo quel suono rauco quasi gutturale e mi resi conto che il mio cane leggeva nei miei pensieri più reconditi. 
           «Non sei pazzo anche se forse hai pensato di esserlo. Non so come spiegarti e ne sono stupito anch’io. Ho sentito come una melodia trapassarmi di parte in parte e dirmi che ho il dono di parlare con te e i bambini fino a domani sera. Quando il primo gennaio terminerà tutto scadrà e tornerò ad essere solo il vostro golden retriever di sempre. Sono molto contento per Loris perché so che desiderava da sempre che io iniziassi a parlare ma sarà solo per un breve periodo. Però è già un qualcosa.» 
           Non riuscivo ad emettere suoni. Poi, finalmente, trovai il coraggio e chiesi ai bambini: 
            «Sentite anche voi come me? Mi sembra che Mok parli!» 
           Mi sentivo agitato e con il cuore in fiamme. Alla fine i bambini che, nel profondo, si adeguano alle novità molto prima dei grandi, mi risposero: 
           «Sentiamo anche noi che Mok parla! Che bello! Però ci sta dicendo che presto ci dovrà lasciare per andare a parlare con bambini di altri orfanotrofi qui vicino! Che peccato! Non vogliamo che Mok vada via!» 
           Volevo replicare ma percepimmo tutti nell’aria il suono di quella voce stranamente gutturale che, dolcemente ma perentoriamente, replicò: 
           «Bambini, ci sono altri bambini sfortunati come voi. Il dono di parlare con voce umana mi è stato concesso per sole ventiquattro ore! Non dovete essere egoisti!» 
           Ci guardammo tutti e scoppiammo a ridere. Per la prima volta in tutta la serata vidi i volti di quei bambini completamente distesi. Giocammo altre tre o quattro partite di tombola e poi dissi che stava albeggiando e che dovevamo andar via. I bambini mi saltarono al collo e, senza necessità di tante parole, realizzai in quei pochi secondi tutto l’enorme spessore del loro affetto. 
           Sulla strada del ritorno verso casa faticai a controllare l’irrefrenabile entusiasmo di Loris. Era eccitatissimo per tutti gli eventi di quella lunga notte ma supponevo che, di lì a poco, sarebbe crollato come una pera cotta ed avrebbe ceduto al grande senso di stanchezza accumulato nelle svariate ore di veglia. Gli feci però promettere che non avremmo parlato a casa della faccenda di Mok parlante e che quello sarebbe rimasto il nostro segreto. «Tanto,» gli dissi, «a parte il fatto che non ci crederebbe nessuno e ci prenderebbero per due matti, hai sentito anche tu che è solo una cosa temporanea che gli è stata concessa per un giorno e che tornerà ad essere solo un cane.» 
           Il mio bambino mi guardò con quell’aria da furbacchione che riesce ad assumere in certi momenti e replicò: 
          «Non preoccuparti, papà. Meglio non agitare mamma e i nonni. Però è stato bello sentire che Mok parlava. Veramente un bel regalo. Non me l’aspettavo proprio.» 
          «Già!», risposi io. «Veramente un imprevisto dono d’amore che qualcuno ha voluto farti attraverso Mok.» 
          Come trascorre in fretta il tempo. Mi sento sereno ma oggi, però, alla vigilia di un nuovo capodanno, la mia decisione di tener nascosto tutto a Vanda inizia a vacillare. Mia moglie ha intuito che non le ho detto tutto ed è rimasta perplessa quando ha visto che il cane è ritornato solo la sera successiva. Quello che comunque so con certezza è che siamo tutti concordi in famiglia per cercare di comprare un cane a Loris il più presto possibile e che desideriamo far passare un altro capodanno decente ai miei cari orfanelli, sottraendoli per una volta all’atmosfera opprimente dell’istituto. Dal giorno dello scorso capodanno i miei rapporti con questi bambini sono ancora migliorati e sento che tutti si sono affezionati di più alla mia famiglia al punto che chiedono spesso di Loris e la cosa è anche reciproca, tenendo in conto che, spesso e volentieri, nostro figlio, senza che noi lo sollecitiamo, ci chiede di portare dei giocattoli in collegio ai suoi amichetti. «Ne ho così tanti, papà!», mi dice, «mentre loro non hanno niente». Ecco, in questi precisi momenti mi sento orgoglioso di essere uomo e padre, tanto che recupero dentro di me il vero senso della notte di capodanno, una festa, sì, di diversione per guardare con ottimismo al futuro, ma anche una ricorrenza per riflettere serenamente ed obiettivamente sul senso più profondo della nostra vita e per ricordarci che, al di là di botti, cotechini, lenticchia, veglioni e champagne, siamo anche uomini con la A maiuscola e non dobbiamo mai smarrire il nostro percepirci razionalmente esseri umani in comunione con i nostri simili ed astraendoci rabbiosamente da egoismi di ogni tipo e crudeltà a buon mercato. In ultima analisi, per concludere, un’occasione unica per dare un colpo di spugna agli errori e permetterci di vivere un’esistenza che sia veramente degna di essere vissuta.