La recensione di "Il gabbiano", di Anton Čechov che per la regia di Filippo Dini è in scena al Teatro Argentina di Roma fino al 18 gennaio
Di fronte a questa nuova trasposizione de "Il gabbiano", di Anton Čechov che per la regia di Filippo Dini è in scena al Teatro Argentina di Roma fino al 18 gennaio, l'interrogativo principale con cui affrontare una sua possibile lettura possiamo desumerlo dalla parola che avrà più ricorrenze nel celeberrimo testo dello scrittore russo: noia. Come si può, insomma, rompere il tedio alla potenza di un dramma straordinario ma pur sempre ripresentato mille e più volte in palcoscenico e, soprattutto, in cui i suoi stessi protagonisti sguazzano cercando in modo cattivo e cinico di sopravvivere in un mondo in cui "su 100 persone 90 sono noiose e 99 sono idioti"? Come rendere attuale un testo che sembra più volte fare di tutto per non esserlo perché chiuso in un pessimismo che ha molto del lamento solipsistico e poco della giusta distanza tra vita e rappresentazione?
Ecco che questa produzione Teatro Stabile del Veneto, Teatro Stabile di Torino, Teatro di Roma, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro di Napoli sceglie di trattare il testo del drammaturgo - tradotto da Danilo Macrì che però forse asciuga troppo il vocabolario russo: qui le distanze non si misurano in verste e i personaggi non sembrano nemmeno abitare in una dacia - senza l'assillo delle "forme nuove" che ha invece il giovane Kostja all'inizio della pièce. Non attualizzazione, quindi, ma confronto perché, come scrive Filippo Dini nelle note di regia: "le somiglianze con la nostra epoca sono straordinarie e sconfortanti". L'incontro tra l'oggi di Dini e il ieri di Čechov ha quindi i connotati di entrambi con elementi di sovrapposizione barbara - i costumi ostentatamente moderni di Alessio Rosati hanno fatto il giro e sono ormai passatisti - e altri di fulminante acutezza - il primo monologo del balbuziente Trigorin in simil Asperger, interpretato dallo stesso Dini, è una scena mostruosa per bravura ritmica e interpretazione moderna. Il gabbiano funziona straordinariamente bene quando enfatizza la disillusione dei suoi personaggi, uomini e donne che non raggiungono mai la felicità sia quando hanno i mezzi e l'età per farlo (i giovani) sia quando hanno la tranquillità sociale ed economica (gli adulti). Questo senso di inanità tutto novecentesco è ancora potentissimo nelle parole e nei gesti dei due millennials interpretati da un bravissimo Giovanni Drago e una sublunare Virginia Campolucci che nello “spettacolo di Kostja”, spettacolo nello spettacolo diretto dal fuoriclasse trentenne Leonardo Manzan che è una grande e ulteriore deriva a spirale del teatro contemporaneo (c'è perfino una citazione di Antonio Rezza!) in un testo già di suo vorticosamente centrato sull'arte del palcoscenico, raccolgono e portano a compimento le tensioni distruttive che quasi ogni artista ha nel suo iniziale percorso espressivo. Ecco che nel primo dei due colpi di pistola fuori scena che segnano lo spettacolo si avverte la necessità della Morte, intesa non soltanto come inevitabile fine di ogni corrente poetica travolta dallo scorrere del tempo e dalle nuove generazioni che sono il suo (fragile, come si vedrà col secondo sparo) simulacro ma anche come necessario nuovo inizio.
Dini però slarga fin troppo questa palingenesi di approccio inserendo all'interno del suo spettacolo ben cinque canzoni che esauriscono presto l'effetto straniamento per diventare un più riconoscibile momento-stacco videoclip. Così la “Skyfall” di Adele cantata da Maša per raccontare i due anni in cui si sposa e sprofonda definitivamente nell'infelicità ha l'immaginifica trovata della clip ma rimane un assolo visivo autoconcludente piuttosto che un elemento composito dell'architettura strutturale. La volontà di stravolgere parti di un testo che, a differenza di quello che professava il suo stesso autore, è tutto tranne che immobile fa compiere comunque a Dini scelte coraggiose come l’interessante concentrazione emotiva dell’arco narrativo di Irina Nikolaevna Arkadina (una brava Giuliana De Sio che in maniera quasi impercettibile ma precisa colora due/tre esclamazioni dell’avara tenutaria di un irresistibile ironia partenopea) che elevano questo spettacolo dalla semplice trasposizione verso le vette di una rispettosa e allo stesso tempo ardita rilettura. Perché più noioso di un classico a teatro c’è soltanto la sua dissoluzione dopo averlo incompreso.





















