Recensione: Memorie di un giovane medico, di Michail Bulgakov

Titolo
: Memorie di un giovane medico
Autore: Michail Bulgakov
Editore: Marcos y Marcos
Pagine: 176
Anno di pubblicazione: 2025
Prezzo copertina: 17,00 €

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Recensione a cura di Luigi Pizzi

Ci sono libri che ti raccontano un mestiere, e poi ci sono libri che ti fanno sentire quel mestiere addosso: il peso delle decisioni, la paura di sbagliare, la solitudine che arriva quando nessuno può sostituirti. Memorie di un giovane medico è così. Bulgakov prende la sua esperienza di giovane medico mandato in una sperduta campagna russa e la trasforma in una serie di racconti-episodi: ogni caso è una prova, ogni notte una scommessa, ogni “prima volta” un salto nel buio. La trama, in fondo, è semplice e potentissima: un ragazzo appena uscito dall’università si ritrova medico responsabile in un ospedale di provincia, circondato da fango, neve, buio e distanza. I pazienti arrivano quando ormai “non si può più aspettare”: parti difficili, infezioni, ferite, malattie che oggi cureremmo con protocolli e strumenti, ma che lì diventavano emergenze stringenti. Intorno a lui ci sono pochi assistenti, personale pratico e disincantato, e una popolazione spesso povera, diffidente, talvolta superstiziosa: non perché “ignorante” in modo caricaturale, ma perché la modernità è ancora un ospite estraneo e la medicina, per molti, è un’idea nuova quanto minacciosa. Questa frizione tra scienza e credenze, tra bisogno e paura, è una delle tensioni costanti del libro.

Immagine dalla serie TV: Appunti di un giovane medico

Bulgakov scrive con un misto rarissimo di precisione e ironia: sa essere crudo quando descrive la materia del corpo, ma sa anche sgonfiare la tragedia con una comicità asciutta, spesso autoironica. Il giovane dottore non viene dipinto come un eroe senza macchia: è impaurito, a volte goffo, pieno di dubbi, e proprio per questo ti sembra vero. La sua mente corre: consulta manuali in fretta, si rimprovera, si esalta, si vergogna, si aggrappa alla lucidità come a una coperta troppo corta. Il libro infatti riesce a essere insieme drammatico e divertente, teso e umano, come se la risata fosse l’unico modo per respirare in mezzo all’angoscia.  Un altro punto di forza è la struttura episodica: ogni racconto è una storia a sé, ma tutti insieme costruiscono un percorso di trasformazione. Non è una crescita tutta curve morbide e conquiste lineari, ma un apprendistato spigoloso: impari perché sei costretto a imparare, maturi perché il dolore e la responsabilità non ti chiedono il permesso. Eppure, in questa durezza, affiora qualcosa di sorprendentemente vitale: una speranza minuta, la sensazione che l’esperienza, a furia di ripetersi, trasformi la paura in competenza — non in sicurezza assoluta, ma in resistenza.  Detto questo, non è un libro “facile” per tutti. Proprio la sua natura di taccuino clinico-letterario può lasciare qualcuno un po' distante: se cerchi un grande romanzo con intreccio unico e progressione tradizionale, qui trovi frammenti, casi, giornate che si accendono e si chiudono.  C’è poi una seconda “debolezza” che è anche un pregio: il libro non addomestica la realtà. La Russia rurale che emerge è dura, e la medicina è mostrata come un lavoro fatto di decisioni urgenti e spesso spaventose. Non sempre c’è spazio per spiegare tutto, né per rendere ogni gesto “educativo”.  Alla fine, Memorie di un giovane medico lascia addosso una sensazione strana e forte: la consapevolezza che il coraggio non è l’assenza di paura, ma la capacità di muoversi nonostante la paura. È un libro su un giovane medico, sì, ma soprattutto è un libro sulla soglia tra teoria e vita: quel momento in cui smetti di “sapere” e cominci a “fare”, e scopri che tra le due cose c’è un abisso pieno di neve, silenzio e responsabilità. Memorie di un giovane medico quindi, è una lettura breve ma densissima, capace di farti sorridere e stringere lo stomaco nella stessa pagina.

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Michail Bulgakov, nato a Kiev nel 1891 e morto a Mosca nel 1940, ha scritto molte cose memorabili, come queste Memorie di un giovane medico (delle quali il critico Vladimir Lakšin ha detto: “Il Bulgakov giovanile è incantevole, irresistibile, è un autore al quale il tempo non ha tolto niente del suo fascino”), o come Il Maestro e Margherita, che quasi tutti conoscono, e altre cose venute così così, come un’opera teatrale che si chiama I figli del Mullah, che Bulgakov ha scritto con Boris Robertovicˇ Boheme, e come l’han fatto lo racconta lo stesso Bulgakov: “L’abbiamo scritta in sette giorni e mezzo, impiegando mezza giornata di più che per la creazione del mondo. Nonostante ciò, ci è riuscita ancora peggio del mondo. Posso dire soltanto che se un giorno ci sarà un concorso per il lavoro teatrale più stupido, insulso e impudente, il nostro otterrà il primo premio”.

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