La recensione del film "La gioia", di Nicolangelo Gelormini nelle sale dal 12 febbraio grazie a Vision Distribution

 Recensione a cura di Mario Turco

Una storia d'amore che gravita sull'orlo dell'abisso, un'attrazione fatale in cui due miserie in un corpo solo, per citare un grande scrittore, condividono l'ultimo tratto delle loro vite andando quasi inconsciamente ma pervicacemente incontro al disastro. Ma anche una tenera e a tratti struggente fuga nel sentimento più puro che rompe barriere sociali e anagrafiche pur di coltivare la precocità del sogno per uno o la tardività della scoperta della passione per l'altra. "La gioia", di Nicolangelo Gelormini nelle sale dal 12 febbraio grazie a Vision Distribution e già passato alle Giornate degli Autori, sezione collaterale della Mostra del cinema di Venezia 2025, è innanzitutto un film d'amore mancato, una cruda ma non pregiudiziosa riflessione su un rapporto che, seppur destinato all'orrore, per qualche attimo sarebbe potuto fiorire in una relazione vera. 


Liberamente ispirato al caso di cronaca nera di Gloria Rosboch, la 49enne professoressa di francese uccisa dal suo ex-allievo Gabriele Defilippi che la circuì facendole credere di amarla per estorcerle un'ingente somma di denaro, il secondo film del talentuoso regista napoletano ha il grande merito di rifuggire facili tentazioni true crime per un'interpretazione che, pur aderente per sommi capi alla vicenda, prova a tracciare riflessioni personali e autoriali sul senso di questo crimine di provincia. La sceneggiatura, firmata da Giuliano Scarpinato e Benedetta Mori in collaborazione con Chiara Tripaldi e lo stesso Gelormini, ha infatti vinto il Premio Franco Solinas 2021 ed è tratta dall'opera teatrale “Se non sporca il mio pavimento” degli stessi autori. Gioia (Valeria Golino in una delle sue più belle interpretazioni) è un’insegnante di francese di una scuola superiore secondaria di Torino che a quarantanove anni conduce una vita monacale e solitaria tra le quattro vecchie pareti della casa di famiglia, insieme ad una madre oppressiva e un padre muto affetto da Alzheimer. Alessio (Saul Nanni, davvero dimenticabile nella sua performance finto-viscontiana) è un diciannovenne ripetente e problematico del suo liceo che nelle notti si prostituisce con uomini e donne per aiutare economicamente la madre (Jasmine Trinca, eccezionale), cassiera di supermercato vanesia e alla perenne ricerca di soldi per i suoi capricci. Attratto dalle buone entrate economiche di Gioia, Alessio la seduce cominciando con lei una relazione proibita e inevitabilmente condannata a un tragico epilogo... 


La gioia è un film che fa bene al cinema italiano perché compie un'operazione che con questo grado di ispirazione non si vede spesso nella nostra industria. In questo lungometraggio la realtà non vuole essere replicata né modellata secondo le oramai viete regole del documentario o del cinema sociale, quanto piuttosto trasfigurata attraverso il genere della favola nera, scelta che consente all'autore di celare la sua morale quanto più possibile tra le pieghe di un racconto che in alcuni sprazzi osa farsi immaginifico. Se il probabile atto sessuale tra due corpi così distanti anagraficamente non avviene in campo - come se davvero importasse vederlo, quando invece il rapimento degli altri sensi è così ben sottolineato -, anche il reciproco avvicinamento dei loro mondi è trattato con la stessa delicatezza. Entrambi vittime di famiglie tossiche, Gioia e Alessio reagiscono in modo speculare alle rispettive prigioni: lei accettandola salvo tentare una folle evasione alla prima possibilità (i 220mila euro della famiglia regalati al suo giovane amante per l'impresa immobiliare di Montecarlo), lui fuggendo più volte ma solo per farsi volutamente riacciuffare dall'ennesima crisi della madre snaturata. Giocando con pudore ma piena adesione con gli stilemi della love story impossibile, Gelormini riesce ad illudere lo spettatore sul possibile lieto fine di questo amore evidentemente sbagliato da tutti i punti di vista. Più che con quel paio di barocche escursioni nel grottesco/fantastico (buona quella del bacio impossibile nel bosco, terribile il primo montaggio giovanilistico sulla passione per la Juve di Gioia, che nel film per la donna viene ripreso tra l’altro solo dal gagliardetto sopra la testiera del letto), è proprio con la riproposizione di tutti i passaggi relazionali che sembrano colmare le rispettive differenze di carattere che il regista gioca bene il suo talento. L’imbarazzante attesa di Gioia in aeroporto diventa quella dello spettatore, bovariamente – che pedanteria, però, le citazioni e la caduta di stile di far “mangiare” quelle stesse pagine di cui si era nutrita alla stessa protagonista – disingannato nello stesso momento della professoressa che, proprio quando si è decisa a far le cose velocemente dopo “una vita che sono lenta”, cade nelle braccia della morte. La gioia è quindi un film che rende allo stesso tempo fantastico l’incubo e amaro il sogno mostrando sì lo svelamento del raccapriccio – che bella l’assenza di qualsiasi didascalia sui reali eventi – ma anche la gioia del perdersi con la propria (in)coscienza nel male.

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