La recensione di "6:06", di Tekla Taidelli, nelle sale da giovedì 19 marzo grazie alla distribuzione di LSPG Popcorn

Recensione a cura di Mario Turco

Uno dei mondi esperienziali più difficili da trasporre al cinema è quello legato all'uso delle sostanze stupefacenti. Il grande schermo, sin dalla sua nascita, è stato sempre attratto dal surplus percettivo che le varie droghe ottengono e ha cercato di riprodurlo attraverso varie tecniche che, nel corso dei decenni, si sono evolute quasi al passo delle stesse sostanze. Attraversando personalmente e generazionalmente vari racconti legati a questo tipo di esperienza, il cinema ha codificato una serie di stilemi per renderlo sensorialmente credibile. Con “6:06”, di Tekla Taidelli nelle sale da giovedì 19 marzo grazie alla distribuzione di LSPG Popcorn ecco che la narrazione del rapporto del protagonista con la droga viene mischiata, in modo quasi inedito, a un espediente di genere invece ben consalidato. 


Leo (Davide Valle, viso bellissimo ma un po' artificioso nei panni del grezzo tossico) ha ventisei anni, lavora come lavapiatti al soldo di un marocchino e assume continuamente cocaina. Forse per gli effetti della droga, forse per uno strano loop sci-fi, lo vediamo vivere un eterno Lunedì: qualunque cosa succeda la sua giornata ricomincerà da capo alle 6:06, condannandolo a una coazione a ripetere che la sua dipendenza chimica amplifica. Il ragazzo, infatti, capito il meccanismo del paradosso temporale ne approfitta per comprare più "roba" possibile, sniffando con il suo amico Igor (Roberto Sadhi Sersanti) e il suo amato bulldog Aiden. Ma l'eccesso lo stanca presto, tanto che già alla quarta ripartenza si butta sotto un camion per rompere questo circolo vizioso. In ospedale viene accudito dalla ventenne sconosciuta Jo-Jo (George Li Tourniaire, perfetta quando mantiene il mistero, convenzionale quando lo svela) che lo ha salvato e si affeziona subito a lui. La ragazza parla solo francese e, una volta che Leo si dimette da solo dalla stanza del nosocomio, lo convince in maniera brusca ad andare con il suo caravan in Portogallo per spargere le ceneri dell'amata zia, morta da poco. Il viaggio farà in modo che le loro fragilità trovino un difficile punto d'incontro fino a quando il loro cuore, fino a lì gonfio di morte e disperazione, si aprirà a una speranza inaspettata... 


Avremmo davvero voluto bene a 6:06, aspettavamo trepidamente di trovare il fuori vena - per citare il film d'esordio della regista di vent'anni fa - di un cinema italiano che, tranne alcuni preclari casi, fatica da sempre a trovare una via che non sia paternalista per raccontare il complesso mondo della droga. Saremmo stati felici di applaudire il "neorealismo underground", come la regista stessa ha definito con efficacia icastica quello che doveva essere il punto d'arrivo dello stile di questo suo secondo lungometraggio, e invece ci siamo trovati di fronte a un prodotto talmente sincronizzato con il clima mediale del suo tempo da risultare quasi fastidioso nella sua totale adesione al tipo di narrazione da cinema di papà, per citare un'onda che ha saputo davvero rompere con la tradizione più vieta. A cominciare dalle brusche accelerazioni e allucinazioni dovute agli effetti della droga che, oltre che visivamente vecchie di almeno trent'anni, risultano sempre "in posa", a costruire altisonanti immagini di poesia urbana in cui non c'è spazio per il vero degrado ma soltanto per la sua pantomima ad (ab)uso trap d'alta classifica. Taidelli lascia che la sua stessa autobiografia, evidente in alcuni spunti che riscrivono alcuni drammi di una vita vissuta fino a qualche anno fa davvero al massimo, sia rimodellata secondo le troppe citazioni disseminate in un'ora e mezza di durata: dall'Harmony Korine di "Gummo" e "Spring breakers" al Danny Boyle di "Trainspotting", dal "Requiem for a dream", di Darren Aronofsky fino all'opera di Claudio Caligari, ispirazioni così urlate finiscono paradossalmente per togliere respiro alla vicenda di Leo e Jo-Jo. Ma è soprattutto il punto di vista adottato dalla regista a inficiare il risultato di un film che perde dopo pochi minuti la sua ottima trovata metacinematografica - il loop come conseguenza dell'abuso di cocaina: la droga rende le giornate bastardamente indistinguibili - per scadere in uno dei finali più classicamente istituzionali che il cinema indipendente ricordi. Come nelle governative pubblicità progresso, a salvare dalla droga il protagonista sono, naturalmente, l'amore e una struttura ricettiva miracolosamente ereditata dalla sua nuova ragazza da un parente danaroso che è da subito meta di nomadi digitali dalle barbe ben tagliate e disposti a pagare una tisana o un dolce fatto in casa anche se ti inzaccheri di farina prima di servirglielo. Una visione che sembra imputabile a una bella tirata di cocaina. O, peggio, di zucchero.

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