La recensione di "Grand ciel", di Akihiro Hata distribuito da No.Mad Entertainment a partire dal 5 marzo
Recensione a cura di Mario Turco
Passato in concorso Orizzonti a Venezia 2025, l'esordio alla regia del cineasta giapponese ma formatosi a Parigi prende spunto proprio da questo fatto di cronaca nera per raccontare una storia di finzione vicina alla realtà ma che sa sfruttare con grande intuizione i mezzi del thriller sociale. Vincent (Damien Bonnard, perfetto per un ruolo difficile e sfuggente) lavora da poco in un cantiere notturno come manovale impegnato nella realizzazione di Grand Ciel, solito quartiere futuristico che nei rendering sembra il perfetto sogno altoborghese ma che poi, già durante la realizzazione, distrugge l'ecosistema urbanistico in cui viene fatto erigere a forza. L'edificazione del palazzo principale avviene con martellante - l'uso di quello pneumatico è il leitmotiv di tutto il lungometraggio - tempistica: anche quando salta la luce alla squadra di operai di cui Vincent è membro viene caldamente raccomandato di non fermarsi. Ecco che anche quando Ousmane, un lavoratore africano, scompare all'improvviso, i dirigenti intimano a Vincent e i colleghi di continuare a forare il cemento che, per di più, sta producendo da giorni una nebbia tossica. Temendo di perdere il posto di lavoro, il silenzioso protagonista accondiscende agli ordini dei superiori e, per questo, ottiene in maniera beffarda persino la promozione a caposquadra. Quando la sua nuova arroganza da favorito dei padroni gli alienerà le simpatie degli amici e della compagna, Vincent avrà un sussulto d'orgoglio provando a investigare in maniera autonoma il motivo delle sparizioni di operai, carne da macello per il cantiere e, per metonimia, di un Capitale che divora come Crono i suoi stessi figli. L’uomo scoprirà che non c’era bisogno di un grande acume per scoprire a quale verde dio imputare quella serie di ingiustizie..
Grand Ciel nel suo essere dichiaratamente una forma ibrida tra il cinema sociale e quello misterico/orrorifico trova una via del tutto originale per raccontare sia il dramma delle morti sul lavoro che la mancata coscienza di classe degli operai. Vincent è l'emblema di questa perdita identitaria: schiacciato dalla continua minaccia del mancato rinnovo di contratto, piano a piano si atomizza sempre più fino a venire inglobato da una rete relazionale che premia soltanto l'anonimo ma orwelliano datore di lavoro. Hata ha il grande merito di sfruttare le suggestioni delle luci al neon del palazzo in costruzione e del contesto notturno per ammantare con uno spesso manto di ambiguità quello che segreto in realtà non è. Per evitare di cadere nelle trappole del cinema a tesi, il regista sposa infatti la forma thriller come trompe l'oeil per lo spettatore: una volta catturata la sua attenzione promettendogli un enigma da risolvere, il finale svelerà l'inganno dietro a questo gioco strutturale. Mutuando la carica primigenia dell'oramai abusato infotainment, Grand Ciel allora seduce soltanto per deludere, per smontare con l'evidenza di fatti arcinoti un caso di angoscia precaria dietro cui non sta un fantomatico serial killer ma un più semplice processo produttivo. E anche se non le sentiamo sappiamo già quali saranno le scuse dei colpevoli che il film con grande sensibilità per fortuna non mostra: l’edilizia fa crescere il PIL, i singoli abusi saranno puniti, gli imprenditori devono avere le mani libere….




.jpg)
















