La recensione de "Il carnevale degli insetti", di Stefano Benni che per la regia di Paolo Giovannucci è in scena al teatro Vittoria fino al 12 aprile
Recensione a cura di Mario Turco
Il carnevale degli insetti, infatti, capovolge il punto di vista del racconto dando spazio alle parole di blatte, farfalle, api, ragni e zanzare che motteggiano, irridono e destrutturano i più comuni pregiudizi che nutriamo nei loro confronti. Amanda Sandrelli e Paolo Giovannucci si alternano sul palco mettendosi quindi letteralmente nei panni (minimalisti ma efficaci i costumi di Giuliana Colzi) delle varie specie, in un chiaro omaggio al cabaret classico che quest'ultimo, nelle vesti anche di regista, rende con sincero mestiere e trasporto sia come interprete che come direttore scenico. In questo poemetto giocoso che sembra gemmare dalla Batracomiomachia di omeriana memoria lo spettro riflessivo abbraccia diverse tonalità di pensiero, andando dal duro ma efficace antispecismo ("noi insetti si fa una vita misera, rischiosa e spesso voi non ci volete bene, anzi ci fate del male, molto male") alla dolcezza della rivelazione filosofica ("La nostra vita di pochi giorni, breve per voi ma lunga per noi"). Assecondando e cavalcando l'originale varietà di toni del testo di Benni, Il carnevale degli insetti non si adagia mai sui facili toni allarmistici o, caso opposto, sull'antropomorfizzazione infantile che l'inesauribile fantasia dello spettacolo suggerisce, puntando piuttosto, se volessimo prendere a prestito le molte variazioni verbali che lo scrittore usa, a pungere, mordere, graffiare, solleticare, raspare a seconda dei singoli monologhi. Se la blatta dall'inflessione palermitana, allora, accusa apertamente "vertebrati tetrapodi della classe mammalia e dell'ordine dei primati ominoidei bisessi" di essere dei ciechi amministratori del pianeta servendosi della magnifica lingua siciliana - "Per santa Blatta santa Papiria [...] la natura è bella se la vedi da lontano, o ben riparato, come un bel panorama" -, l'ape dall'irresistibile accento abruzzese invece asseconda la sua natura operaia preferendo prendersela coi suoi simili: "i grilli che cantano e fanno un cazzo e le cicale che friniscono e fanno un altro cazzo e le vespe, come le odio. Col vitino da vespa, che fanno un cazzo anche loro".
Per accompagnare la ricchezza timbrica di un testo così variopinto Paolo Giovannucci sceglie di farsi aiutare dall’Orchestra Multietnica di Arezzo diretta da Enrico Fink, i cui membri (quasi trenta, come dichiara divertito lo stesso direttore durante la lunga coda dello spettacolo) sono musicisti provenienti da dodici diversi Paesi. Lo spazio narrativo che la colonna sonora assume è, difatti, proporzionale a quello fisico occupato dall’ensemble: le canzoni chiudono e rilanciano i diversi spezzoni dello spettacolo con un uso di note via via circensi, arrabbiate e da musica world che sono il controcanto della dissezione dell’antropocentrismo di marca occidentale operato dal testo. E così, pur privo di una drammaturgia vera e propria, Il carnevale degli insetti arriva a toccare con delicatezza il cuore della questione ambientale: come le minuscole formiche che sono in grado di spostare oggetti 100 volte più pesanti di loro, lo spettacolo riesce allora a compiere lo stesso naturale miracolo dell’insettiario messo in scena.






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