La recensione del film "La festa è finita", di Antony Cordier nelle sale da giovedì 14 maggio distribuito da No.Mad Entertainment

Recensione a cura di Mario Turco

Si sa, la commedia è quasi sempre un cuneo di risate per far passare messaggi sociali che il grande pubblico altrimenti lascerebbe fuori porta per paura di qualche intellettualismo difficile da digerire in un genere così di evasione. Ecco che in film così apparentemente disimpegnati bisogna essere molti bravi a bilanciare la necessaria dose di crapulonerie e battute al fulmicotone con gravi legati all'attualità a una determinata situazione socio-politica. "La festa è finita", di Antony Cordier nelle sale da giovedì 14 maggio distribuito da No.Mad Entertainment, è una commedia francese che, pur tra qualche difficoltà d'inciampo, riesce in questo intento perché da uno dei più grandi archetipi comici, il conflitto di classe, riesce anche a far emergere un messaggio quasi inedito nella cinematografia europea nella sua crudeltà non esibita: nell'eterna guerra tra ricchi e poveri è il ceto medio ad essere destinato all'estinzione. 


Mehdi (Sami Outalbali) è un giovane neolaureato francese che sta per ottenere uno stage presso un prestigioso studio statunitense. Figlio perfetto di una classe operaia che ha superato le ristrettezze economiche di partenza e le probabili difficoltà dovute al fatto di avere radici arabe, in una torrida estate va dalla sua fidanzata Garance (Noeé Abita) nella lussuosa villa dei genitori per trascorrervi dieci giorni di vacanza. L'incontro con il padre, l'altolocato avvocato (Laurent Lafitte), e la madre, la celebre attrice Laure (Elodie Bouchez), benché smussato dalle convenienze sociali, mette in luce le profonde differenze di classe: il ragazzo viene infatti accusato bonariamente di essere troppo gentile e di essere fin troppo ideologico nell'opporsi alla raccomandazione che il futuro suocero potrebbe garantirgli. Ma all'improvviso le tensioni latenti tra i padroni di casa e la coppia di custodi, la sulfurea Nadine (Laure Calamy) e l'avvinazzato marito (Ramzy Bedia), esplodono con violenza fino ad arrivare ad un vero e proprio conflitto fatto di dispetti, prepotenze e perfino una causa legale che mette a repentaglio la stessa sopravvivenza degli abitanti della villa. Mehdi, cercando di mettere a frutto la vicinanza ad entrambi i gruppi in lotta (non a caso il titolo originale è il ben più ficcante "Classe moyenne", ceto medio appunto), si propone allora come paciere e figura di raccordo. Lo stato di salute della classe media, però, come sembrano indicare anche le statistiche economiche più avanzate, vira drammaticamente verso il basso: in un mondo diviso tra chi ha troppi privilegi e chi non ne ha nessuno non c'è spazio per chi "sta sempre lì, lì nel mezzo"... 


La festa è finita, presentato alla sedicesima edizione di uno degli appuntamenti più importanti per la promozione del cinema francese nel nostro Paese, il Rendez-vous, è un lungometraggio che, nonostante la sua cornice frizzantina, indica con interesse punti di forza e debolezza dell'industria cinematografica transalpina. Ad un soggetto ampiamente derivativo e debolmente connotato - ai quattro attori più famosi del cast viene permesso di replicare le caratterizzazioni per cui sono diventati famosi - si contrappone, infatti, un'astuta struttura narrativa che porterà a un imprevedibilmente cinico finale. Così se da una parte si ride a fatica con gag che non sanno andare oltre un po' di feci di scarico e vini d'annata versati in piscina, molto più riuscita è la componente politica della scrittura. Mehdi, infatti, fallisce nel suo disegno diplomatico non perché sia poco bravo nell'arte di accomodare parti in disaccordo ma perché continua a non voler prendere posizione tra due famiglie che invece hanno capito da tempo come, per vivere gli uni e sopravvivere gli altri, sia necessario lottare contro il proprio nemico di classe. La festa è finita ha il merito di mostrare come nella gara di scorrettezze tra opposti pioli della scala sociale non ci sia più spazio per chi ha ancora l'illusione di pensare che si possa salire o scendere a seconda delle circostanze e delle opportunità. Ecco che il regista, non a caso, consegna l’unico arco di trasformazione compiuto e l’unico finale alla sfacciata Garance che riuscirà a piangere per finta potendo finalmente contare su un dramma reale da cui partire. Il rammarico più grande per questo film è,quindi, che sia talmente concentrato nell’arrivare a questa ignobile catarsi da mancare l’obiettivo dell’intrattenimento che si era prefissato.

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