Recensione: Hieronymus Bosch. L'artista e il Diavolo, di Massimo Centini

Titolo:
Hieronymus Bosch. L'artista e il Diavolo
Autore: Massimo Centini
Editore: Diarkos
Pagine: 320
Anno di pubblicazione: 2025
Prezzo copertina: 19,00 €

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Recensione a cura di Mario Turco

In un'epoca come la nostra in cui digitale svelle le certezze positivistiche per riscrivere il reale ad uso e consumo di piattaforme e tycoon, in anni in cui l'oscurantismo e il simbolismo diventano la nuova via per rovesciare anche le verità più scientifiche, l'arte di Hieronymus Bosch ha acquistato un pregio quasi incommensurabile, ben più alto del suo comunque notevolissimo valore. Deputato ad essere il misterioso vate di una sapienza segreta e inestricabilmente connessa con i misteri della Storia più affascinanti, dai Templari alle teorie escatologiche più astruse, il pittore olandese è stato talmente sovrascritto di strati di cultura divergente da far perdere il senso della sua originale espressione. 


Provando a togliere alcuni di questi ingarbugliati fili dalla matassa "boschiana" ecco che arriva "Hieronymus Bosch. L'artista e il Diavolo", di Massimo Centini pubblicato da Edizioni Diarkos nella collana Biografie. Come scritto nella quarta di copertina, infatti: "Hieronymus Bosch è ancora oggi un artista avvolto da un'aura di mistero. La sua biografia, la sua arte e la sua poetica convivono in una sorta di osmosi paradossale, non chiarita nelle sue fitte trame". Attraverso un'indagine lunga ben 307 pagine e ottimamente corredata da fonti (si veda la corposa bibliografia finale, che sembra quasi quella di uno studioso d'arte nonostante invece Centini sia formato su altre branchie del sapere), l'autore cerca quindi di fare un po' di chiarezza nella vita e nell'essenza artistica del pittore. L'approccio principale del libro sta nel tentativo di confutare alcune delle più fantasiose interpretazioni, attenendosi a questo scopo sempre ai pochissimi dati biografici presenti, a un razionale storicismo in grado di elidere i più improbabili fatti e ipotesi e all'analisi delle pochissime opere realmente ascrivibili a Bosch. Come scritto infatti nel primo capitolo, "osservando le opere di Bosch - sono circa una ventina quelle attribuitegli, a cui si aggiungono alcuni disegni - sembrerebbe di trovarsi al cospetto di un uomo tormentato [...] si aggiunga che forse ci è pervenuta solo una parte delle sue opere, probabilmente perché ebbe un certo peso la furia iconoclasta della Riforma. Non mancano tesi in questa direzione, anche se le effettive motivazioni probabilmente non le sapremo mai. Di certo ebbe un ruolo importante la confusione creata intorno alle opere originali dalla sconfinata produzione di emulatori e anche da veri e propri plagiatori". 

Il saggio di Centini, quindi, è diviso sostanzialmente in due parti: nei primi capitoli egli fa un resoconto, per quanto possibile, dell'agiata vita di questo “Vasari fiammingo” ("era nato a 's-Hertogenbosch, ma non mi è mai riuscito di sapere la data né dove e quando morì", si lamenterà un autore di biografie quasi coevo), delle sue influenze artistiche (il capitolo "Un linguaggio unico") e soprattutto del suo ambiguo rapporto con il movimento eretico dei Fratelli del Libero Spirito, mentre nelle ultime sezioni, alla luce di questi dati, si addentra nell'analisi critica dei suoi dipinti più famosi, da "Le tentazioni di Sant'Antonio" al preclaro trittico de "Il Giardino delle delizie". Questa scelta ermeneutica si rivela molto funzionale al compito preposto perché, nonostante qualche eccessiva stilettata nei confronti delle più ardite congetture – la deprecazione della causale ergotica per le sue più mostruose bizzarrie con un perentorio “un’ipotesi che vaga nel dedalo dominato da illazioni prive di riferimenti documentali concreti”: bisogna ricordare davvero che ci sono stati alcuni studi estetici di valore che erano però lontanissimi dalla realtà fenomenica analizzata? -, riesce a rendere conto del sostrato da cui il pittore ha probabilmente attinto per le sue straordinarie composizioni simboliche. Non si può allora che concordare con l’efficace chiusa di questo interessante "Hieronymus Bosch. L'artista e il Diavolo" : “L’eco della sua opera continuò a vibrare per un breve periodo di tempo, sostenuta dall’attività di emulatori ed epigoni. Poi l’oblio avrebbe fagocitato per lungo tempo l’universo figurativo e interiore di una personalità creativa riscoperta nel Novecento ed entrata a far parte dell’Olimpo dei maestri del fantastico”.

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