Recensione: Il respiro del faggio, di Fabio Rodda

Titolo:
Il respiro del faggio
Autore: Fabio Rodda
Editore: Salani
Pagine: 352
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo copertina: 18,00 €

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Recensione a cura di Luigi Pizzi

Il respiro del faggio di Fabio Rodda è uno di quei noir che usano l’indagine come punto di partenza, non come destinazione. Più che costruire semplicemente un caso da risolvere, Rodda prova a entrare nelle crepe delle persone, nei silenzi, nelle eredità emotive che continuano a vivere sotto la superficie delle vite quotidiane. Ambientato in una Bologna lontana da ogni immagine da cartolina, il romanzo trasforma la città in un organismo vivo, attraversato da tensioni sociali, quartieri che non comunicano davvero tra loro, identità sospese e ferite che non si rimarginano. Al centro della storia c’è Antonio Petrella, sovrintendente capo alla questura di Bologna. Non è il classico investigatore brillante o tormentato in modo spettacolare. Petrella è un uomo stanco, concreto, che sembra andare avanti per inerzia, cercando più incastri che verità. Dentro di lui continua a sopravvivere il trauma del G8 di Genova e della caserma Diaz: il ricordo della violenza, della vergogna, delle responsabilità mai davvero elaborate. Quel passato lo ha svuotato di ogni ambizione, spingendolo verso una vita quasi appartata fatta di piccoli rituali: la falegnameria nel garage-officina, il vecchio Maggiolone nero del ’74 chiamato “Teschio”, la gatta Mia che vaga sui tetti, il rapporto irrisolto con Margherita, le amicizie discontinue ma sincere. Attorno a Petrella si muove una squadra credibile e profondamente umana: il vice Felice Cannavacciuolo, l’agente Angela Graffi, l’agente scelto Alberto Muzzioli, destinato ad avere un ruolo decisivo nell’indagine. Ma soprattutto Vera Rotari, interprete moldava salvata anni prima da Antonio in un ufficio immigrazione e oggi figura centrale del romanzo. Vera è forse il personaggio più contemporaneo del libro: vive continuamente in equilibrio tra appartenenze diverse, abbastanza italiana da sentirsi parte della città, abbastanza straniera da non essere mai davvero riconosciuta fino in fondo. Attraverso il suo sguardo il romanzo affronta temi come integrazione, identità e spaesamento senza mai trasformarsi in un manifesto ideologico. La trama prende avvio da due vicende apparentemente separate. Da una parte l’omicidio brutale di Rosina Malvezzi, vedova di un celebre psichiatra bolognese, trovata uccisa nel suo appartamento. I sospetti si concentrano subito sul figlio Enrico, ragazzo fragile con problemi psichici e ricoverato in una clinica da cui è misteriosamente fuggito. Dall’altra c’è la morte di Mihai, giovane moldavo precipitato da un’impalcatura in un cantiere. Un incidente sul lavoro, almeno all’apparenza. Ma sia Petrella sia Vera intuiscono quasi subito che dietro quelle morti si nasconde qualcosa di più complesso.
 

Rodda costruisce così due indagini parallele che lentamente finiscono per toccarsi, attraversando ambienti diversissimi: i salotti dell’alta borghesia bolognese, le cliniche psichiatriche, i cantieri in periferia, le bische romagnole, il mondo precario e spesso invisibile dei migranti. E proprio qui emerge uno degli aspetti più interessanti del romanzo: la capacità di raccontare la violenza non come evento eccezionale, ma come presenza diffusa, quasi una grammatica silenziosa che passa nelle relazioni, nelle strutture di potere, nelle disuguaglianze sociali e nei traumi tramandati. Lo stile di Fabio Rodda è asciutto, concreto, molto attento ai dialoghi e al ritmo dell’indagine. La scrittura evita ogni compiacimento noir: non cerca effetti spettacolari, ma lascia respirare i personaggi, le loro ambiguità e le loro zone opache. Anche Bologna viene raccontata senza nostalgia o idealizzazione. Non c’è la città rassicurante dei portici da cartolina, ma una geografia emotiva frammentata, fatta di pioggia, periferie, locali notturni, appartamenti troppo piccoli e vite che si sfiorano senza davvero incontrarsi. Uno degli elementi più riusciti del romanzo è proprio questo equilibrio tra noir investigativo e romanzo sociale. Il respiro del faggio non si limita a chiedere chi abbia ucciso o perché. Si interroga piuttosto su ciò che le persone diventano quando il dolore, la marginalità o il bisogno di essere riconosciuti non trovano più un linguaggio possibile. Il trauma, nel libro, non è mai soltanto un fatto passato: è una condizione che continua a modellare identità e relazioni. Per essere un esordio, quello di Fabio Rodda è un romanzo sorprendentemente consapevole. Non perfetto, forse, ma già dotato di una voce precisa e riconoscibile. Un noir che usa il genere per raccontare qualcosa di più ampio: la fragilità delle persone, il peso delle appartenenze, il desiderio ostinato di trovare un posto nel mondo anche quando tutto sembra respingerci. Un libro teso, malinconico e profondamente umano, capace di lasciare addosso più domande che certezze.

Fabio Rodda (1977) ha studiato Filosofia a Bologna, dove per anni è stato socio dell’Orsa, storica osteria del centro. Collabora con varie case editrici, come lettor e ghostwriter. Questo è il suo primo romanzo.

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