Recensione: Gli anni in bianco e nero, di Francesca Giannone

Titolo:
Gli anni in bianco e nero
Autore: Francesca Giannone
Editore: Nord
Pagine: 416
Anno di pubblicazione: 2026
Prezzo copertina: 19,00 €

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Recensione a cura di Luigi Pizzi

1964. Nella sartoria della famiglia Elia il tempo sembra essersi fermato. Gli abiti cambiano seguendo la moda che arriva dalle città, la televisione porta nelle case un'Italia nuova, il cinema racconta mondi mai visti e i Beatles iniziano a far ballare i ragazzi. Ma tra quelle mura comandano ancora le regole inflessibili di Pantaleo Elia, padre autoritario convinto che il destino di una donna sia già scritto. Maria, la maggiore, sembra accettare il futuro che le è stato assegnato; Giovanna sogna invece una libertà che passa anche attraverso l'amore e l'impegno politico; Ada trova rifugio nei libri e nella propria intelligenza, cercando un'indipendenza che il suo tempo fatica ancora a concedere; infine c'è Mimì, la più piccola, che osserva il mondo dalla cabina di proiezione del Cinema Apollo e sogna di diventare regista come Fellini. Attraverso il suo sguardo prendono forma le piccole e grandi rivoluzioni di una famiglia destinata a cambiare insieme all'Italia.


Dopo il successo straordinario de La portalettereDomani, domani, Francesca Giannone torna nel suo Salento con un romanzo che, a mio avviso, rappresenta una delle sue prove più mature. Gli anni in bianco e nero conserva tutto ciò che ha reso l'autrice così amata — la capacità di intrecciare la grande Storia con le vite quotidiane, la sensibilità nel tratteggiare i rapporti familiari, l'amore per la propria terra — ma aggiunge una consapevolezza narrativa ancora più profonda. È un romanzo corale che parla di donne, ma soprattutto di persone che cercano il coraggio di scegliere chi essere. La famiglia Elia è il vero cuore pulsante della narrazione. Le quattro sorelle non sono semplicemente quattro caratteri diversi: rappresentano quattro modi di reagire a una società che pretende di decidere ogni aspetto della loro esistenza. Maria incarna il compromesso con la tradizione, Giovanna la ribellione aperta, Ada la ricerca silenziosa dell'indipendenza attraverso il lavoro e la cultura, mentre Mimì osserva tutto con gli occhi curiosi di chi ha intuito che il cinema, prima ancora di essere arte, è uno strumento per raccontare la verità. Attorno a loro ruotano figure memorabili: la madre, costantemente impegnata a tenere unita una famiglia che rischia di sgretolarsi; Pantaleo, padre padrone incapace di amare senza esercitare il controllo; uomini che incarnano tanto il volto peggiore del patriarcato quanto quello di una nuova mascolinità più rispettosa e consapevole. Il grande merito della Giannone è quello di evitare qualsiasi semplificazione. Pantaleo non è soltanto il "cattivo" della storia, ma il prodotto di una cultura che ha insegnato agli uomini a misurare il proprio valore attraverso il dominio. Allo stesso modo le protagoniste non diventano eroine perfette: sbagliano, esitano, hanno paura, si feriscono a vicenda. È proprio questa imperfezione a renderle così autentiche e vicine. Il titolo è una delle intuizioni più riuscite del romanzo. Il bianco e nero richiama certamente le fotografie, i film e la televisione degli anni Sessanta, ma diventa soprattutto la metafora di un mondo che pretende di dividere tutto in categorie nette: uomini e donne, dovere e desiderio, obbedienza e ribellione. Mentre fuori esplodono il boom economico, le contestazioni studentesche, i primi movimenti femministi, le lotte operaie e una nuova cultura popolare fatta di musica, cinema e moda, dentro la casa degli Elia il colore fatica ancora a entrare. Ed è proprio questo contrasto tra il fermento della società e l'immobilità delle mura domestiche a dare forza al romanzo.


Ancora una volta il Salento non è un semplice sfondo, ma un protagonista silenzioso. Francesca Giannone descrive questa terra con un'intensità rara: il mare, le piazze assolate, i paesi, il vento, gli odori della sartoria, il brusio dei vicoli. Tutto contribuisce a costruire un'atmosfera profondamente evocativa. Per chi conosce quei luoghi è impossibile non sentirsi trasportato tra Castro, le coste rocciose, il sole che sembra scolpire ogni pietra e quella luce abbacinante che rende il paesaggio quasi cinematografico. È una scrittura che non si limita a descrivere, ma fa vivere gli ambienti attraverso i sensi. Dal punto di vista stilistico, Giannone conferma una prosa limpida, elegante e incredibilmente scorrevole. Alterna dialoghi naturali a descrizioni mai eccessive, costruendo scene che sembrano inquadrature di un film. Non è un caso che proprio il cinema attraversi tutta la narrazione: Mimì osserva il mondo attraverso un obiettivo e, in fondo, anche la scrittura dell'autrice sembra possedere lo stesso sguardo, capace di soffermarsi sui dettagli più piccoli per raccontare emozioni universali. Il romanzo affronta temi importanti — il patriarcato, la violenza domestica, il diritto allo studio, al lavoro, all'autodeterminazione, la solidarietà femminile, il peso delle convenzioni sociali — senza mai assumere un tono didascalico. Le riflessioni emergono naturalmente dalle vicende dei personaggi. La rivoluzione raccontata dalla Giannone non nasce dagli slogan, ma dai piccoli gesti quotidiani: una ragazza che decide di leggere ciò che le è proibito, un'altra che sceglie chi amare, una donna che pretende uno stipendio, una figlia che scopre di poter immaginare un futuro diverso da quello deciso dal padre. Se devo trovare un limite, è forse nel finale. Alcuni passaggi risultano più rapidi rispetto alla costruzione paziente che caratterizza il resto del romanzo e certe dinamiche sembrano trovare una soluzione leggermente più conciliatoria di quanto ci si aspetterebbe. Nulla, però, che comprometta la forza emotiva dell'insieme. Gli anni in bianco e nero è un romanzo che emoziona perché racconta un passato che, in fondo, non è poi così lontano. Le battaglie delle sorelle Elia sono quelle combattute dalle nostre madri e dalle nostre nonne, e molte delle domande che attraversano il libro continuano a interrogare anche il presente. Quanto siamo davvero usciti da quel bianco e nero? Quante conquiste diamo ormai per scontate? E quanta strada resta ancora da percorrere? Francesca Giannone dimostra ancora una volta di possedere una rara capacità: trasformare una storia familiare in un racconto universale. Ci fa affezionare ai suoi personaggi, ci porta dentro le loro paure e i loro sogni e ci ricorda che ogni cambiamento collettivo nasce sempre da una piccola rivoluzione privata. Un romanzo intenso, umano e profondamente italiano, che conferma l'autrice tra le voci più autorevoli della narrativa contemporanea. Una storia che parla degli anni Sessanta, ma che continua a parlare, con sorprendente lucidità, anche di noi.

Francesca Giannone, salentina, si è laureata in Scienze della Comunicazione e ha studiato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. A Bologna, ha curato la catalogazione dei trentamila volumi dell’Associazione Luigi Bernardi e ha frequentato il corso biennale di scrittura della Bottega di Narrazione «Finzioni». Il suo romanzo d’esordio, La portalettere, ha avuto un incredibile successo: tradotto in 44 Paesi, è stato il romanzo più venduto del 2023, ha vinto il Premio Bancarella e il Premio Amo Questo Libro. Il suo secondo romanzo, Domani, domani, è stato tra i più letti in Italia nel 2024.

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