La recensione in anteprima di "Hereditary - Le radici del male", al cinema dal 25 luglio

Recensione a cura di Mario Turco

Quando l’industria cinematografica degli ultimi anni pensa agli horror lo fa immaginandoli come taxi, come veicoli che trasportano passeggeri-storie che vanno da tutt’altra parte, con gli occhi che non si alzano nemmeno dai loro smartphone mentre computano freneticamente gli indici di Borse asiatiche e nel frattempo rispondono con educati cenni della testa al guidatore che invece ciarla di pedonalizzazioni improvvisate, eterni problemi di traffico e delinquenza istituzionalizzata. Questa è la sensazione che

s’impadronisce dello spettatore alla visione di un altro esponente della new-wave horror statunitense, quella che passa dal Sundance festival e fa incetta di elogi perché ogni rilettura intelligente di un genere basso a quelle latitudine indie piace tanto. Ci riferiamo in questo caso ad “Hereditary- Le radici del male” di Ari Aster, in uscita nelle sale italiane dal 25 Luglio. 

Prodotto dalla A24 Pictures, responsabile del gemello pretenziosamente sbalestrato come “The witch”, l’opera prima del regista e sceneggiatore statunitense gira con stesse protervia centripeta-centrifuga attorno al genere dei film di ataviche maledizioni. Per far ciò si serve di schemi collaudati che in questo continuo avvicinamento e allontanamento dal nucleo base non riescono ad innervare soluzioni innovative nonostante la “vicina distanza” rimarcata a più riprese. Da un lato infatti il film per quasi un’ora e mezza verte sul dramma vissuto dalla famiglia di Annie (interpretata dalla sempre ottima Toni Collette) non riuscendo a gestire con sufficiente pathos il carico luttuoso della donna (e questo nonostante i richiami alti fatti nelle interviste che vanno da “Gente comune” a “Tempesta di ghiaccio” fino a “In the bedroom”), dall’altro si serve di tutti i topoi del soprannaturale non riuscendo a caratterizzarli in maniera significativa. 

Partendo proprio da quest’ultimo lato, le figure femminili della famiglia Graham, che avrebbero potuto richiamare una comunanza ginecea lasciata invece solo accennata, perdono il loro potenziale perturbante a causa di questo continuo scavo parentale che denota tra l’altro come eccessiva la preparazione biografica dei personaggi. Quest’ultima caratteristica appesantisce a più riprese il film che si perde in rivelazioni inconcludenti o sentimentalismi rinnegati dal finale, il quale prende invece, dal canto suo, una direzione completamente divergente. Il problema della visionarietà degli ultimi 20 minuti è che si compiace fin troppo nel suo sovvertimento sovrannaturale ma in realtà, per uno spettatore non-Sundance, racconta di una possessione demoniaca largamente annunciata (le scritte sulle pareti, la morte sospetta della capo-famiglia, le contraddizioni di Annie) le cui violazioni di senso razionale non disturbano così incredibilmente come troppo frettolosamente dichiarato dalla stampa americana, sempre frettolosa di trovare capolavori destabilizzanti capaci di rianimare un’industria anemica. 

“Hereditary-Le radici del male” è davvero un frutto marcio del genere ma non nel senso positivo da più parti creduto!


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