14 novembre 2018

La recensione di “Widows - Eredità criminale”, al cinema dal 16 novembre

Recensione a cura di Mario Turco

Steve McQueen è morto, o meglio, il suo cinema si è schiantato contro il mastodontico muro delle major e del suo corpo filmico non è rimasto quasi niente. La cruda metafora che usa l’analogia con il decesso del più celebre attore omonimo rende subito l’idea della fulminea capitolazione dell’autore di capolavori autoriali come “Hunger” e “Shame” di fronte alla grande industria hollywoodiana. “Widows - Eredità criminale” nelle sale italiane dal 16 Novembre segna un ulteriore irritante passo indietro
nella poetica del regista inglese. Partiamo dall’analisi di quello che è sempre stato il punto debole di un artista che prima di passare al cinema si muoveva benissimo nel campo delle arti figurative/visuali: la sceneggiatura. 

Scritta da McQueen in collaborazione con la scrittrice Gillian Flynn, basandosi sulla serie televisiva degli anni ottanta Le vedove (Widows), di Lynda La Plante, anziché evidenziare i meriti dei due sceneggiatori riesce a portare a galla i difetti di scrittura di entrambi. Della Flynn, autrice del libro su cui è basata il recente ed acclamato “Gone girl - L’amore bugiardo”, viene scoperchiata la sostanziale mediocrità delle sue storie che senza una mano forte come quella di David Fincher, regista del film che tratta il materiale di partenza per quello che è (un innocuo romanzetto da aeroporto da cui far emergere i temi a lui cari), dimostra come la sua penna provenga dai bassifondi della narrativa di genere. Le storie e le sottotrame dei personaggi sono piene di luoghi comuni a cui aderiscono passivamente con in più la tara dello scarto finto-moderno che al cinema è stato sdoganato da almeno trent’anni, gli anni più o meno della serie la cui idea originale dimostra tutta la sua età. Di McQueen invece viene palesata la sua incapacità nel capire le motivazioni dei personaggi (fatta eccezione per l’ossessione sessuale del protagonista di “Shame”, indagata nel suo cieco furore), da lui raccontati sempre con l’occhio clinico di chi guarda da lontano senza voler sporcare la pellicola. Ed inoltre la sua ideologia progressista di autore impegnato è ancora una volta inserita con forzature grossolane. A partire dalla scelta di proporre un gruppo multietnico di donne che sembra imposto direttamente dal marketing (la nera Veronica, la latina Linda, la wasp Alice), sino all’insensato inserto dell’assassinio del figlio nero della protagonista, ucciso dalla polizia bianca solo per un movimento troppo brusco, “Widows - Eredità criminale” cerca una pesantezza di temi che in fondo non ha. 

Anche la parte politica della storia, con il repubblicano Mulligan (interpretato da un enorme Colin Farrell che esaurite le scorribande giovanili rimane uno dei migliori attori della sua generazione) erede renitente di uno sporco impero, e l’altrettanto colluso democratico Manning che con l’elezione intende riscattare il suo presente criminale, non riesce mai a fornire qualche spunto memorabile. Dice più dell’intero film il piano sequenza con la macchina da presa fissata sul cofano dell’auto che passando da una delle tante periferie povere di Chicago, sede di un discorso retorico di Mulligan, alla ricca casa del candidato immersa nel verde ci fa nel frattempo ascoltare il cinico scambio dialogico tra lui e la sua segretaria mostrandoci come tanta politica dietro alla facciata rispettabile di un vetro scuro in realtà celi le solite bassezze umane. Ma è in fondo un preziosismo visivo isolato, unico momento notevole del film e che tra l’altro sembra emergere come conscia voglia di McQueen di rimarcare il suo status autoriale. “Widows - Eredità criminale” non ha la caratura nemmeno del peggiore Michael Mann, non ha una storia appassionante da b-movie e sembra un prodotto confezionato per il pubblico del #MeToo, dove alla donne è concesso di riscattarsi dal dominio maschile solo a patto che facciano le stesse cose degli uomini ma meglio, o che si liberino di rapporti umani sbagliati uccidendo il fedifrago partner. Una morale che farà contenti pubblico e critica del presente ma che speriamo venga il più presto possibile superata da storie semplicemente migliori e più interessanti libere da questa moda ideologica.